Ven. Ott 23rd, 2020

A P S E C

Associazione per la Promozione della Scienza dell'Educazione e della Cultura O.d.V.

L’istanza etica e religiosa negli scritti poetici di Erminio Giulio Caputo

         “Not with a bang but with a wimper”, “ Non con un botto, ma con un gemito”. La previsione con cui Bàrberi Squarotti  paventava una fine certa per la poesia dialettale nella metà del secolo scorso non non si è compiuta  per inattesa fioritura di testi poetici in dialetto dal Nord al Sud della nostra penisola in controtendenza all’appiattimento dell’italiano standard e all’alienazione della comunicazione digitale. Oggi le lingue regionali non rappresentano, se non in casi sporadici,  un rifugio nostalgico in un passato idilliaco ,  bensì assumono un ruolo  fondamentale nell’ambito  del pensiero  e del dibattito culturale contemporanei. Alla ricerca esistenziale dell’uomo di oggi non sono in grado di dare un orientamento né l’informatizzazione tecnologica, né l’edonismo dilagante, né il pensiero scientifico che registra i fenomeni, ma è incapace di interpretarli e di evidenziare  le connessioni profonde tra i molteplici ambiti della realtà.   

Erminio Giulio Caputo …lu core spitterra Traduzioni dialettali inedite fra Leopardi e Neruda
Erminio Giulio Caputo …lu core spitterra Traduzioni dialettali inedite fra Leopardi e Neruda

Rinasce l’interesse per una dimensione autentica del vivere e si rinnova la ricerca di un Ursprung , ovvero della forma originaria del nostro aprirci al mondo, che alcuni individuano nella Ursprache, linguaggio primigenio che si articola nella comunicazione prelogica dell’arte e della poesia. Nel saggio del 1936 su  L’origine dell’opera d’arte [1] Martin Heidegger sostiene che l’opera d’arte «è messa in opera della verità» e fa sì che il mondo si costituisca in quanto tale in rapporto all’Essere.          Nel dischiudere una parola di senso per l’uomo contemporaneo, l’artista intesse un rapporto complesso, talvolta critico, con la società, con la polis di appartenenza, con l’esperienza quotidiana intrisa di dolore e di speranza, ma che porta alla luce segnali a volte impercettibili di una trascendenza, di una tensione viva verso il superamento del disagio esistenziale.

ERMINIO-CAPUTO
ERMINIO-CAPUTO

        Parimenti anche  la scrittura poetica di Erminio Giulio Caputo,  viene caratterizzata   dalla  dimensione trascendente che si fa presente nell’orizzonte storico-sociale, perché la parola non significa solo l’apertura metafisica verso l’infinito, ma si incarna nel presente. Come sottolinea Donato Valli nella prefazione  ad Aprime Signore  la poesia è la sede primaria dell’evento e del suo possibile fallimento[2]. Il poeta si rivolge cosi al Creatore: “Sulu tie Diu «sinti»/da lu principiu a moi e poi pe sempre/all’infinito ca ddenta prisente”, manifestando la pienezza di una fede vissuta nella storia segnata dall’invisibile presenza di Dio[3]. ‘E in questo snodo   che  la realtà immanente si  congiunge indissolubilmente alla trascendenza nel superamento dei limiti e delle aporie dell’esistenza mondana  L’istanza etico-civile e religiosa coesistono nell’itinerario poetico del Caputo in tutto il suo percorso, dalla sua prima raccolta, La focara, pubblicata nel 1953 [4], a Marisci senza sule [5], a La  chesura [6],da Aprime Signore [7] a Spilu de site [8], fino alla sua ultima lirica, Sul Golgota, composta due mesi prima della sua scomparsa, l’8 febbraio 2004, e pubblicata postuma nei Dieci Inediti, nel 2012 [9]:                       Non il denaro/ ma dolore e amore/saranno il prezzo  del riscattto/ estirperanno il male/                     Sul desolante Golgota/ contorti sulla croce/ Idre e Caini entrambi/ mi chiamerete Padre/ vi tenderò la mano/ e saliremo insieme/ in Paradiso.

Questi nuclei tematici di carattere etico-sociale e religioso sono stati evidenziati dalla maggior parte dei commentatori e prefatori, da Nicola De Donno a Giacinto Spagnoletti, da Oreste Macrì a Donato Valli, da Gino Pisanò ad Emilio Filieri.  Ne la prefazione a l’Opera Omnia di Caputo, Biancata, pubblicata per i tipi dell’editore Congedo nel 2001, Gino Pisanò attribuisce  a La Focara opera prima del 1953 la presenza di un seme primordiale che ci aiuta a comprendere meglio il disagio dell’Io nella versione epigrammatica, nel frammento fulminante e gnomico , embrionale sussulto di quel sisma dell’anima, esploso poi nelle sillogi poetiche della maturità[10]. Anche in Marisci senza sule e La chesura l’opera  del Nostro non è una nostalgica  laudatio temporis  acti,  bensì  essa è poesia della complessità e del divenire storico, in cui l’angoscia trascende nella speranza, il dolore nella consolazione, la crisi d’identità nella presa di coscienza e nella ricerca di un senso in  un mondo che pare assurdo, nonostante la sua pretesa sovrastare  la volontà dell’individuo. Una delle liriche di Marisci senza sule, dal titolo Nui simu[11],delinea in modo icastico questo vuoto esistenziale:  

Nui simu pentagrammi senza note,/arsisciati marisci senza sule,/ altari scusacrati.  […]

             La ricerca   inesausta di un ubi consistam, di un porto sicuro per l’esistenza, si sostanzia anche nel richiamo della terra madre-sposa-amante, come affiora  nella poesia Spèttame[12] che l’emigrante rivolge alla sua donna nella solitaria dimora coniugale:      

Aggiu turnare, aggiu turnare a casa/ m’aggiu straccatu de zzingarisciare/ cu stendu manu e bau ccugghièndu jèntu./ Aspèttame sull’ùrtimu scalùne/ cu te pozzu uardare a controluce/ e po’ cu bièni mmeru a mie liggèra/ comu na nùula candida de mmace.                           

Nel poeta salentino la ricerca di senso non rimane fossilizzata in una individualistica quẽte,ma abbraccia, come nella metaforica lirica Ddu’ stannu de giurnu le stiḍḍe, tutta la realtà , nell’utopica visione di un mondo solidale, vibrante di amorosi sensi: [13]

Nu ssuntu sulagne le stiḍḍe/ su’ tante cumpagne/ c’à notte se ncùntranu e cùntanu// de pacce sciurnate d’amore/ cu sprèndidi suli ululate/ su cchiari chiasciuni de celu.         

La tensione metafisica verso l’Assoluto che prevale nella silloge Aprime  Signore  si manifesta come aspirazione alla verità, cioè al significato ultimo di ogni evento storico, socio-economico, etico-religioso, in appassionate e talvolta dissacranti allocuzioni al Creatore.   Paradigmatica in questa prospettiva è la poesia Ci sinti[14]:                                                                     

Ci sinti?/ Nu Diu ca scuncierti/ sì còmmudu e scòmmudu/                                                                                     sì duce e viulentu/ mentuàtu e scuntàtu/ sì tuttu e sì nienti/                                                       sì Diu  bbandunatu de Diu / ca inci la morte […]       

          Questa antitetica connotazione della divinità, accanto all’attesa sofferta e vibrante di una possibile salvezza, costituisce una sintesi armonica in ogni scritto di Caputo. I vari componimenti, coesi tra di loro, sono orchestrati sinfonicamente come momenti diversi di un’unica partitura. I toni sono sapientemente modulati: si va dal pianissimo di Nducime nu fiuru [15]  all’allegro di Cisaria[16], in Spilu de Site, all’andante di  Mamma Lidia [17], al vivace con brio di  Signore ca ngiuielli l’ Universu nei Dieci inediti[18].  All’armonia formale fa da contrappunto  una polifonica varietà di stati d’animo pervasa di intenso lirismo. I ricordi  non sono cristallizzati come simulacri di pietra, ma sono palpitanti come carne viva, ferita da piaghe secolari o fresca e profumata come quella delle giovani mamme, dolci e pensose, simili alle icone delle  Madonne, che dagli angoli dei vicoli, esortavano alla preghiera i viandanti.   

                        Un’umanità paesana oramai in estinzione, fagocitata dalla  società dei consumi di massa, che  ha stravolto non solo  il nostro modus vivendi, ma anche quello scrigno di ricordi e testimonianze preziose racchiuse nella nostra tradizione culturale. Il cuore della Firenze delle Puglie è invaso, soprattutto di sera,  da giovani alticci o da turisti  alla ricerca  del pub meno costoso, tra quelli che si affacciano a decine su strade e vicoli dell’antico borgo.    .Nella poesia di Caputo lo spleen quotidiano si coniuga con la trascendenza, anche quando non vi è un esplicito riferimento ad una dimensione oltremondana. Ogni essere, ogni accadimento, ogni stato d’animo, sono permeati da una tensione verso il senso primigenio e ultimo della realtà. Impercettibilmente il poeta fa trasparire in filigrana  una dimensione indicibile e inafferrabile, in cui finito e infinito, cielo e  terra, tempo ed eternità si incontrano anche nella quotidianità dell’esistenza terrena. 

Caputo ha saputo coniugare magistralmente in quest’opera la fragilità umana con la misericordia divina, evidenziando, tuttavia, che le miserie e le cadute sono tappe della Storia della Salvezza e che gli eventi umani  hanno un  senso non racchiuso nell’orizzonte terreno, bensì illuminato dalla prospettiva oltremondana. Pertanto  la densità teologica ed escatologica dei versi di del poeta salentino  rinvia  alle  Confessioni di Sant’Agostino [19], maestro altresì di uno stile icastico e limpido, permeato della “ricerca tormentata di Dio.

Lo sguardo penetrante di Caputo non solo ha una straordinaria capacità comunicativa, ma anche performativa, poiché scende fin negli abissi dello spirito e della carne, segnati dal peccato e dalla malattia, invocando la potenza salvifica dell’Amore .                                                                             Questo sinolo tra salvezza materiale e spirituale è stato di recente approfondito da uno studioso come Raimon Panikkar il quale sottolinea che l’incontro con il  Signore coinvolge tutte le componenti dell’uomo: corpo, anima, razionalità e inconscio, finito e infinito. Dall’unio mistica tra il Cristo e l’uomo si genera il Cristo Cosmico, in cui materia e spirito, cielo e terra, tempo ed eternità sono una cosa sola[20].                                                                                                                                                Nei testi caputiani, l’io individuale cede il passo ad una dimensione intersoggettiva e trascendentale, che proietta i singoli ego in un Noi Trinitario che s’incarna in tutta l’Umanità.    La fede, pertanto, risplende nella sofferenza , il peccato è vinto dalla Grazia redentrice, la l’Eternità discende  nella Storia e abbraccia gli ultimi.

Lecce, 16/09/2020

                                                                                              Lidia Caputo

Prof.ssa Lidia Caputo
Prof.ssa Lidia Caputo

[1] M: Heidegger, Sentieri interrotti, a cura di P.Chiodi, Firenze, La Nuova Italia 1968, pp. 56 e 61.

[2] E.G.Caputo, Aprime Signore, Manduria, Lacaita, 1990, p.12 della prefazione.

[3] E.G.Caputo, ibidem p.42; in Biancata, Galatina,Congedo Editore, 2001, tomo III p.45.

[4] E.G. Caputo, La focara, Lecce, Tip. Scorrano,1953.

 [5] E.G. Caputo, Marisci senza sule, Galatina, Ed. Salentina, 1976.

[6] E.G. Caputo, La chesura, Lecce, Capone ed, 1980.

[7] E.G. Caputo, Aprime Signore, cit.

[8] E.G. Caputo, Spilu de site, Lecce, Ed. Orantes, 1994.

[9] E. G. Caputo, Dieci Inediti, Martina Franca, Artebaria, 2012.

[10] Cfr. E.G. Caputo, Biancata, introduzione, vol I, p.10.

[11] Ibidem, tomo II, p.28.

[12] Ibidem, La Chesura, tomo II, p.80.

[13] Ibidem, Spilu de site, tomo III, p.158.

[14] Ivi, Ci sinti, tomo III, p.57.

[15] Cfr. Biancata, p. 101.

[16] Ivi p.165.

[17] Ivi, p. 212.

[18] Dieci Inediti,  p.38.

[19] Agostino d’Ippona, Le Confessioni, Milano,Paoline ed. 1998

[20] R.Panikkar, La pienezza dell’uomo,una Cristofania, Milano, Jaka Book, 2008, p.226.

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