La Giulia delle chiavi

Proprio l’altro giorno girovagando tra le vecchie ma altrettanto belle ed emozionanti foto in bianco e nero della mia città, Lecce, mi sono imbattuto in quella della Giulia, da noi leccesi conosciuto meglio come la Giulia delle chiavi.

Avendo vissuto i meravigliosi anni 50 – 60 – e 70, la ricordo con molta chiarezza. A onor del vero in quegli anni vi era un’altra donna che per certi versi apparteneva alla curiosità cittadina, tale Checchinella, una povera donna, impedita nei movimenti in quanto claudicante. Le due si contendevano la piazza, solo che Checchinella, ricordo faceva facile uso del turpiloquio.

Veniamo alla nostra Giulia delle chiavi.

Giulia era figlia di Giuseppe Russo, di Galatina e di Marta Ellissi. Nacque il 9 gennaio del 1883 e le furono dati i nomi di Giulia, Pantalea, Carolina. Il padre era vetturino, conduttore di carrozza. Ricordo ancora quando negli anni 50 a Lecce e precisamente in Piazzetta Santa Chiara sostavano le carrozze, tutte uguali e di color nero.

Mi pare di sentire ancora lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli. Un piccolo simpatico e nostalgico ricordo legato alla carrozza leccese del tempo è legato alla mia insegnante di Stenografia, la Prof.ssa Campanella (frequentavo allora il commerciale all’Istituto O.G. Costa che noi studenti avevamo ironicamente denominato Oggi Costa e domani pure) la quale veniva a scuola e ritornava a casa in carrozza. E che dire dei ragazzini che al passare delle carrozze ci montavano dietro e qualche passante avvertiva il vetturino con la classica e indimenticabile frase: “Cocchiere, a retu!” E il cocchiere cercava di far arrivare la frusta nella parte retrostante la carrozza.

Le ristrettezze economiche della famiglia della nostra Giulia non consentirono ai suoi cinque fratelli e sei sorelle di studiare. Furono tutti avviati ai lavori manuali e domestici. Si diceva che Giulia lavorasse presso alcune famiglie benestanti in qualità di stiratrice e che pare, facesse molto bene il suo mestiere, che peraltro le consentiva di vivere dignitosamente.   

Nel 1912 Giulia si sposò con Francesco Rizzo in quale, non molto dopo, si invaghì di un’altra donna. Il tradimento del marito sconvolse Giulia che peraltro fu pure raggirata dal marito che le fece firmare con l’inganno alcuni documenti che misero in difficoltà la povera Giulia, non potendo  più nulla pretendere dal marito fedifrago .

Lei intentò una causa, ma nel contempo cominciò ad uscire di testa e come se non  bastasse, grazie anche ai suoi atteggiamenti, cominciò ad essere presa in giro dalla gente, che sapendo della causa in corso le chiedeva, ironicamente: “Giulia la causa l’hai vinta?”.

La causa purtroppo la perdette.

Riuscì a trovare una sistemazione come collaboratrice domestica, dove vi rimase sino a quando, vecchia e malandata, non fu più in grado di lavorare finendo in ospedale. Giulia già veniva curata per disturbi mentali. Con decreto n. 245/71 del Tribunale di Lecce, emesso il 14 marzo 1972, passò dallo stato di provvisorietà a quello di definitiva ammissione all’ospedale psichiatrico di Lecce, con la diagnosi di arteriosclerosi cerebrale con psicosi senile. È proprio presso l’OPIS la Giulia cessò di vivere il 14 maggio 1975.

Giulia delle chiavi viene ricordata in particolare per il suo decantato amore per il Re Umberto, al quale scriveva non meno di due volte l’anno. Si racconta che qualche burlone, conoscendo questa sua debolezza, le abbia anonimamente inviato un telegramma con su scritto: “Ti aspetto a palazzo reale. Tuo Umberto”. Giulia partì subito per Roma, dove chiese dove si trovasse il palazzo reale, avendo trascurato che la monarchia da un pezzo che non c’era più. In poche parole fu portata in questura e rispedita a Lecce.

Giulia fu soprannominata “Giulia delle chiavi” in quanto girava sempre esibendo un mazzo di chiavi che lei asseriva fossero del palazzo reale.

Fonti anagrafiche di Mario Di Marco

APESEC-LECCE

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