Gio. Set 24th, 2020

A P S E C

Associazione per la Promozione della Scienza dell'Educazione e della Cultura O.d.V.

La Favola del Pastorello dell’Arcadia

Di Pompeo Maritati

Favole del Terzo millennio di Pompeo Maritati
Favole del Terzo millennio di Pompeo Maritati

La Favola del Pastorello dell’Arcadia è stata tratta dal libro “Favole del Terzo Millennio”. Visto che siamo in pieno periodo ferragostano e non pochi sono al mare sotto un ombrellone a leggere o ad ascoltare un pò di musica, propongo a tutti costo di ascoltare o leggere, come meglio preferite questa mia favola che vi porterà a girovagare con la fantasia in una delle regioni più belle e densa di storia della Grecia, l’Arcadia.

Qui di seguito, troverete la versione audio, basterà un solo clic per ascoltarla o scaricarla liberamente sul vostro apparato/cellulare.

La favola del pastorello dell’Arcadia

Qui di seguito invece potrete dedicarvi alla lettura della favola:

La Favola del Pastorello dell’Arcadia”

“Nel 1963 fui estasiato dal mio primo viaggio nel Peloponneso. Ebbi la sensazione di vivere nella Grecia antica, dove ad ogni angolo avevo la sensazione di dover incontrare qualche personaggio della mitologia greca. Questa favola, non è altro che un mio sogno legato alla mia esperienza ellenica di quell’anno.”

Dedicata al mio grande amico Fiocco

Un giorno, tanto tempo fa, quando la luce del sole era più limpida e chiara, quando lo smog, la gente non sapeva nemmeno che cosa fosse, in un angolo di questa grossa palla rotonda, che dall’eternità del tempo gira imperterrita intorno al sole, avvenne un fatto strano, un fatto legato alla strepitosa forza della fantasia che dovrebbe, forse, farci riflettere.

 Pavlos, pastorello dell’Arcadia, era intento a consumare il suo frugale pasto, dopo una lunga e assolata mattinata alla ricerca di un pascolo rigoglioso per le sue pecore.  Akladis, un labrador di circa sei anni era il suo unico ed inseparabile amico. Pavlos, che all’epoca dei fatti aveva circa 12 anni, era solito passare il tempo a fantasticare di essere questo o quel personaggio storico che la leggenda popolare del luogo era solita tramandare oralmente. Pavlos non sapeva leggere, né tanto meno scrivere. Era un ragazzino sveglio, intelligente e le cose le capiva al volo, non era mai necessario dirgli due volte cosa avrebbe dovuto fare. Nonostante la sua giovane età, conduceva al pascolo il suo gregge di 181 pecore, con capacità e zelo.  Viveva in una masseria lontana dal centro abitato di un paesino dell’Arcadia chiamato Astros, che distava circa quattro chilometri dal mare.  L’Arcadia è una regione situata nel Peloponneso centro orientale.  E’ quella regione, per me, rappresenta insieme all’Argolide, la vera ellenicità.  Una terra meravigliosa, dove il territorio montuoso, prevalendo su quello pianeggiante, disegna delle meravigliose cartoline mozzafiato.  Si ha la sensazione, percorrendo l’Arcadia, che il tempo si sia fermato e che tu, passante occasionale, ti debba fermare lì oramai per sempre.   

Pavlos ogni mattina all’alba usciva con il suo gregge e seguendo le indicazioni di suo zio, con il quale viveva, si recava in una campagna, un avallamento tra le montagne, dove la natura era rigogliosa e verde anche durante l’assolata estate greca.  In questo avallamento scorre lentamente un torrente, come se volesse rispettare quell’oasi di pace, senza far rumore.   Querce, pini e castagni dipingono con le la loro presenza uno scenario dove la natura sicuramente ha dato il meglio di se.  All’ombra di queste maestose querce, Pavlos si sedette per consumare il suo frugale pranzo costituito da pane, formaggio e un paio di pomodori.  Sicuro che il suo gregge non si sarebbe allontanato, anche perché in quella vallata, benedetta dal torrente, le sue pecore parevano far festa.  Anche il suo cane aveva percepito questa sensazione di pace e di sicurezza per il gregge, che s’accovacciò   vicino a Pavlos, in attesa della sua razione giornaliera di pane e formaggio.  Se ci fosse stato un bravo pittore, avrebbe potuto realizzare, con buona probabilità, la sua tela più bella.    

Pavlos non aveva conosciuto i suoi genitori naturali in quanto la madre morì mettendolo al mondo e il padre fu ammazzato, per errore, nell’ambito di una disputa terriera tra avidi contadini. Lo aveva preso con se suo zio, che non era cattivo con lui, anzi gli si era affezionato, non trascurando anche il fatto che il ragazzino rappresentava una forza lavoro gratuita.  La distanza della masseria in cui lavoravano, dal centro del paese, era tale da non consentire a Pavlos di frequentare quotidianamente i suoi coetanei, se non il mattino della domenica, quando la famiglia di suo zio si recava al paese per prender parte alla funzione religiosa.  Per tutto il resto della settimana Pavlos interagiva con il suo labrador, Akladis.  Pavlos, ragazzino intelligente e dotato di grande immaginazione, parlava al suo amico a quattro zampe e il loro gioco preferito era quello di rotolarsi nell’erba, simulando una specie di lotta, dove Akladis partecipava da consapevole attore provetto, ringhiando e tentando di mordere il suo compagno di giochi alle mani, senza mai procurargli il minimo graffio.  

La notte precedente quel particolare giorno della sua vita, sognò di Odissea e in particolare dell’avventura avuta con le Sirene.

  Le Sirene, contrariamente all’iconografia che è andata diffondendosi a partire dal Medioevo, non erano delle splendide donne dalla coda di pesce, ma degli esseri mostruosi con testa e petto di donna e corpo di uccello, dotati di un canto dolcissimo. 

Pavlos che in quella pausa era intento a consumare il suo frugale pranzo insieme ad Akladis, nella sua mente rievocava il sogno della notte prima, quando improvvisamente cominciò ad percepire in lontananza delle voci melodiose, dolcissime. Dopo l’iniziale esitazione, in quanto sapeva che quei luoghi non erano mai frequentati da occasionali passanti, cercò, attratto dalla melodiosa armonia, di intravederne gli esecutori.  Non gli fu difficile scorgere sedute su di un ramo di una grande quercia due delle Sirene sognate nella notte precedente.  Intimorito, ma sicuramente incuriosito, dopo qualche attimo di smarrimento, con il sorriso sulle labbra, chiese loro da dove venissero e cosa stessero facendo, rammentando che quel terreno era di sua proprietà. Una delle Sirene dal volto stupendo e con una chioma folta e fluente, con un tono di voce dolcissimo, gli disse:

  • Ciao Pavlos, tu sai chi siamo noi?
  • Si, certamente, anzi mi sembra tutto così strano, in quanto proprio questa notte vi ho sognato insieme a Odissea. Rispose Pavlos.
  • E non hai paura, visto quello che si dice di noi?
  • Un po’ di paura, forse un po’, ma questo è il mio regno, è tutto quello che ho e poi tanto tempo fa sentii la madre di un mio amico dire che laddove c’è il proprio cuore, i propri sogni, lì puoi stare al sicuro dalle intemperie.
  • Bravo Pavlos, vedo che sei un ragazzino intelligente e che nel tuo cuore c’è tanto spazio per la tua fantasia. Noi siamo la tua fantasia. Desideriamo, in quanto frutto della più bella fantasia dell’uomo, premiare coloro che ancora oggi riescono a viaggiare nello spazio e nel tempo, senza limitazione alcuna, cercando la spiegazione della vita e della propria quotidianità, attraverso l’illusione momentanea di un sogno fatto ad occhi aperti. Oggi, adesso, tu non stai più sognando, stai vivendo quale unico essere vivente di questo mondo la realizzazione materiale di un tuo sogno, passando dall’irrealtà fantastica di una visione onirica, a una realtà concreta. Se ti avvicini potrai stringere la mia mano e se ti fa piacere accarezzare anche il mio viso. Stai tranquillo, non siamo cattive come qualcuno ci ha descritte. Anzi al contrario la nostra dolcezza cresce di giorno in giorno insieme alla melodiosità del nostro canto. Tu non sai quante volte abbiamo cercato di far ascoltare la nostra voce a tanti individui, ma questi, oramai sordi, e dai cuori pietrificati dal materialismo di una società senza ideali e senza altro scopo che la soddisfazione di un bisogno terreno, ci hanno ignorato, non hanno nemmeno percepito la nostra presenza, contrariamente a quanto invece tu stai dimostrando di fare.
  • Ma, scusate mie Sirene, com’è possibile che io umile pastorello, senza alcuna istruzione e conoscenza riesca a vedervi e a parlarvi, mentre tanta gente colta invece, voi dite che non riesce a vedervi? – aggiunse Pavlos prendendo coraggio, avendo peraltro consapevolmente percepito che tale incontro stava assumendo un risvolto a lui gradito e favorevole.
  • A Volte, caro Pavlos, la conoscenza delle arti e delle scienze se non accompagnata dalla saggezza, dalla sensibilità  e dalla capacità di saper guardare verso tutto ciò che ti circonda,  ti porterà verso la miopia, una miopia che non potrai correggere con nulla,  in quanto sarà il tuo cuore che avrà cessato di comunicare con il tuo cervello, perdendo il dono più bello che la vita ti ha fatto: la fantasia,  ovvero la gioia di vivere, accompagnata  soprattutto nei momenti più tristi, dai tuoi sogni.  La fantasia, quella con la quale tu hai trascorso la maggior parte della tua vita, inconsapevolmente ti ha aperto la finestra su tanti nuovi mondi, dove l’amore per la vita e per tutto quello che ti circonda, ti fa vedere oggi un miriade di colori, appartenenti tutti al nostro piccolo mondo. La tua fantasia ha saputo valicare i confini della mente e galoppando veloce su un cuore alato,  è riuscita a sorvolare un nuovo mondo, una nuova dimensione,  dove l’irrealtà altro non è,  che l’insieme dei nostri pensieri che vagano nel cosmo,  alla ricerca di un lido dove fermarsi a riflettere e interagire con tutti quegli altri pensieri di tante altre persone, che inconsapevolmente,  avendo  abbandonato  il corpo terreno, vagano nell’universo dell’irrealtà,  alla spasmodica ricerca di quel verbo assoluto rappresentato dalla pace della propria anima.

Pavlos rimase attonito, perplesso non sapeva cosa rispondere ne tanto meno cosa chiedere.  Consapevole che stava vivendo un momento particolare della sua vita. Non aveva ancora afferrato il meraviglioso concetto che i nostri pensieri dopo la morte del nostro involucro terreno, continuano a navigare liberi nell’infinità dello spazio e del tempo.

  • Si, fantasticare un mio mondo di giochi e di eroi è il mio passatempo preferito.  Sono sempre solo qui con un cane e 181 pecore – rispose Pavlos con la sua voce che stranamente aveva assunto una tonalità ferma ma molto gradevole.
  • Da oltre un anno vengo qui e a voi non vi ho mai visto prima del mio sogno di questa notte. Sono confuso al punto che in questo preciso istante non so se sto sognando o è vera la vostra presenza.
  • Tu caro Paolo cosa preferiresti adesso, che questo sia un tuo sogno da ricordare al tuo risveglio, oppure che sia una verità, un evento vero che la vita ti sta dando l’opportunità di vivere?
  • Care Sirene, i sogni sono la parte più bella della mia vita vissuta sin’ora.  La vita terrena, quella di ogni giorno non è che una base di appoggio che non avrebbe alcun senso senza i miei sogni. Ecco perché sono certo che voi altro non siete che il mio sogno, il mio desiderio di continuare a sognare, sino a quando il mio cuore avrà il desiderio di credere che la parte più bella di noi sono proprio i sogni, attraverso i quali idealizzare la nostra vita, così come io la vorrei e che nessun altro, nemmeno voi potrete cambiare.

Tutto ad un tratto, all’improvviso s’ode il rumore di una finestra che s’apre e Pavlos, stropicciandosi gli occhi, rivolgendo lo sguardo versa la luce che entra dalla finestra, dice:

  • Buongiorno mamma, sapessi che sogno ho fatto questa notte! Ero un pastorello
  • Si figlio mio, le Sirene son venute anche da me questa notte, se ti va dopo la colazione ne parliamo, adesso sbrigati altrimenti farai tardi a scuola.  A proposito, ricordati che quando ritornerai da scuola dovrai pensare alle tue pecore. (Fine)

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