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Copertina libro Il cielo interiore (da internet amazon)

di Francesco Manni

Nella mia recente pubblicazione “Il Cielo Interiore di Matteo Tafuri” (scritta a quattro mani con l’amico Tommaso Margari), nonché nel presente lavoro editoriale, ho concentrato la mia attenzione principalmente su quella che ritengo essere una datata e, sotto molti punti di vista, errata storiografia bizantina (VI-XI sec.) e tardo bizantina in Occidente (per tardo bizantina intendo il periodo che si protrae dalla conquista del Salento da parte dei Normanni nell’XI sec. sino alla scomparsa del rito bizantino in Terra d’Otranto avvenuta nella seconda metà del XVIII sec.) e in particolar modo nel Salento.

Di fatto, parlare di storia bizantina in Terra d’Otranto (data l’importanza che ha rivestito) significa discutere dei fondamenti culturali, etnici e monumentali del nostro territorio e, di conseguenza, continuare ostinatamente a perpetrare errori rilevanti in questo ambito significa minare l’intera storiografia locale.

Entrambi i lavori partono dal presupposto che molti assunti storici sull’argomento non siano nient’altro che teorie ormai datate che hanno pian, piano assorto a valenza dogmatica senza però avere le necessarie basi storiche che potessero giustificare una tale certezza.

Io di seguito elencherò tutta una serie di fatti e avvenimenti storici che ho ampiamente dimostrato (da più di vent’anni a questa parte e confrontandomi con centinaia di altri esperti della materia) essere dubbi se non addirittura palesemente falsi e nel presente volume approfondirò tutta una serie di elementi che vadano a sostegno di tale tesi.

Per una questione di comodità partirò dal periodo più antico per giungere via, via ai tempi più recenti.

1-Secondo la storiografia ufficiale la maggior parte dell’immigrazione legata alla cultura greco-bizantina in Occidente e di conseguenza nel Salento è dovuta all’arrivo dei monaci basiliani(?) a seguito delle guerre iconoclaste intraprese per volontà del basileus Leone III Isaurico nell’VIII secolo in Oriente. Visto che i monaci producevano e vendevano tali icone –questa la spiegazione ufficiale- si videro costretti a emigrare in Occidente al fine di continuare tale pratica.

Quanto sopra esposto può essere tranquillamente considerato il dogma assoluto della storiografia bizantina. Peccato che sia palesemente falso.

Di fatti, non si comprendono assolutamente le motivazioni che avrebbero spinto i monaci a fuggire dalle loro terre d’origine per giungere nel Sud Italia dove avrebbero trovato una situazione politica, amministrativa e in varie zone addirittura etnica pressoché identica a quella appena lasciata.

Basti considerare, ad esempio, che il Salento (nonché numerose altre regioni del meridione d’Italia) era già da tempo (fine della guerra greco-gotica del 553) parte integrante dell’Impero bizantino con stesse regole, leggi, apparato burocratico e militare ecc.

Rammento, fra l’altro, che agli inizi dell’VIII sec. Otranto è ancora la sede dello Stratego ( e lo sarà sino all’876 quando per una migliore difesa del territorio contro le sempre più presenti comunità longobarde, sarà spostato a Bari) nonché dell’arcivescovato bizantino, la popolazione è pressoché completamente grecizzata da almeno due secoli e l’apparato militare bizantino controlla con fermezza il territorio.

Quindi, quale vantaggio avrebbero avuto i monaci ad emigrare nel Sud Italia trovando la stessa situazione? Assolutamente nessuno.

A rafforzare tali tesi, vi sono molte altre prove. Infatti, fu lo stesso Leone III Isaurico che al fine di punire il Papa (ricordo che Roma era a lui direttamente assoggettata e lo sarà sino al 751 anno in cui Ravenna capitale romea in Occidente e sede dell’esarcato e di conseguenza Roma sarà conquistata dai Longobardi) e i cattolici che non avevano accettato l’iconoclastia, spostò la tassazione delle chiese greche del Sud Italia che sino ad allora avevano regolarmente versato a Roma, direttamente verso le casse di Costantinopoli.

Da ciò è facilmente comprensibile come politicamente e da un punto di vista prettamente religioso, le chiese del Sud Italia (come ovvio che fosse) dovessero dare conto direttamente all’imperatore d’Oriente.

Altra testimonianza importante è riscontrabile da un ulteriore elemento fondamentale: nel Salento non vi è presenza di affreschi bizantini precedenti al IX sec. (forse i più antichi sono quelli dipinti al di sotto dello starato superficiale visibili attualmente nella fase più antica -del pittore Teofilatto- della chiesa rupestre di S. Cristina a Carpignano Salentino che è del 959 d.C.).

Secondo lo scrivente, ciò è semplicemente spiegabile dal fatto che con ogni probabilità nel Salento le guerre iconoclaste ci sono state e, per quanto scritto precedentemente e considerando gli interessi del basileus nel Sud Italia contro i confinanti latini, probabilmente le si può immaginare come addirittura molto cruente e comunque non meno efficaci di quelle avvenute nel vicino oriente.

Tale tesi può essere avvalorata anche da un altro dettaglio non secondario. Il mosaico presente nell’abside della chiesa di S. Maria della Croce a Casaranello (Foto 1) è datato al 450 d. C. Ciò rappresenta una palese dimostrazione delle tesi sopra espresse.

Infatti, non essendoci nei mosaici presenti figure di santi o comunque rappresentazioni umane, sono probabilmente stati risparmiati dalla distruzione in quanto non in conflitto con le regole dell’iconoclastia.

Foto in bianco e nero di mosaico di Casarenello
Foto 1 Mosaico di Casarenello

Con l’occasione, approfitto anche per smentire una terminologia fin troppo abusata e erronea ossia quella che indica col termine di “basiliani” i monaci bizantini. Questo modo di definire i monaci orientali è una pratica cattolica errata.

In oriente, di fatti,  non esistono gli ordini monastici ma solo i monaci in senso generico. E S. Basilio non ha fondato nessuna regola come invece in auge in Occidente ma ha esclusivamente fornito delle regole di vita che dovevano essere seguite da chi intendeva diventare monaco.

 Di fatti, fu solo nel 1579 a seguito dei dettami della controriforma che il Cardinale Guglielmo Sirleto di Guardavalle di Stilo (1) si adoperò nella creazione in Occidente di un Ordine che potesse raccogliere gli ancora numerosi monasteri di rito greco presente nel sud Italia e si decise di chiamare basiliano tale nuova entità.

Di conseguenza, la terminologia giusta da adottare sarebbe quella di monaci bizantini o ortodossi se sono assoggettati ai vari patriarcati. Oppure se riconoscono l’autorità del Papa, cattolici di rito bizantino o greco.

Quindi, per quanto sopra esposto, a cosa si può addurre le reali motivazioni di una così ampia presenza di emigrazioni di popolazioni (e non di monaci come scritto in tutti i libri. Nella realtà la migrazione fu di popolazione con tutte le sue componenti sociali) di cultura greca nel sud Italia soprattutto dal VII-VIII sec. in poi?

A partire dalla prima metà del VII sec. l’avvento della nascente potenza araba portò questi ultimi a fagocitare letteralmente nel giro di meno di un secolo due terzi dell’impero bizantino.

Naturalmente, conseguenza di ciò, fu una migrazione epocale che portò ampie porzioni della popolazione a spostarsi nella zona più Occidentale dell’impero che era giustamente percepita come molto più sicura rispetto al medio oriente.

Ovvia conseguenza fu quella dell’arrivo soprattutto nel Sud Italia di enormi ondate migratorie che andarono a stanziarsi dove trovavano una stessa amministrazione politica, stessa religione e una popolazione con la medesima cultura.

Chi ha erroneamente portato avanti per un secolo e mezzo la motivazione dell’iconoclasmo come fondamento di questa migrazione ha fatto un gravissimo errore di valutazione dovuto probabilmente alla coincidenza temporale dei due avvenimenti ma poi non li ha colpevolmente messi in relazione con la storiografia locale.

Per tale motivo noi ancora oggi in tutti i testi riscontriamo come ufficiale un evidente falso storico.

Ora muoviamo verso il periodo tardo, ossia quello che va dalla conquista normanna dell’XI sec. all’estinzione del rito bizantino nell’entroterra salentino avvenuta nella seconda metà del XVIII sec.

Se per il periodo bizantino prettamente detto ci sono degli errori gravi, per quanto riguarda la storiografia tardo bizantina del Salento la vicenda diviene addirittura grottesca se non tragicomica.

Gli errori in questo caso sono sistematici e molto gravi in quanto hanno inevitabilmente condotto su strade sbagliate nello studio di avvenimenti molto importanti per la storia e la cultura locale.

2-L’errore in assoluto più grave che ancora oggi viene perpetrato è quello di continuare ostinatamente, (come purtroppo presente in quasi la totalità delle pubblicazioni sia locali che straniere, soprattutto greche) a considerare le chiese greche del Sud Italia e in particolare del Salento ortodosse.

In realtà, tali chiese non sono state mai ortodosse.

La differenziazione tra chiese ortodosse (legate ai patriarcati scismatici d’oriente) e chiese cattoliche (che riconoscono l’autorità del papa di Roma) lo si ha a partire dallo scisma d’Oriente (o d’Occidente per gli ortodossi) avvento nel 1054 quando papa Leone IX e il patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario si scomunicarono a vicenda portando a compimento la definitiva separazione che si perpetua ancora nei nostri giorni.

Prima di questa fatidica data, anche se con evidenti differenze e plurisecolari attriti, le varie chiese erano riuscite a mantenere un’unità formale.

Da quanto scritto sopra, si può comprendere che sino a questo momento le chiese greche del sud Italia non erano ortodosse ma bensì di rito bizantino proprio in virtù della ancora unione formale delle due confessioni religiose.

Tra metà e seconda parte dell’XI secolo il meridione della nostra penisola e ovviamente anche il Salento furono conquistati dai normanni (1068 Otranto, 1071 Brindisi e Bari) (Foto. 2).

Cinque immagini del sud Italia on indicazione della conquista normanna
Foto 2 Evoluzione della conquista normanna del Sud Italia tra XI e XII secolo

Naturalmente gli “uomini del nord” erano apertamente filo cattolici in quanto era stato proprio per volontà del pontefice che da mercenari si erano spinti nel sud al fine di riportare sulla retta via quelle popolazioni che sotto i bizantini (e gli arabi in Sicilia) si erano palesemente allontanate dal controllo della madre chiesa romana.

Questi nuovi conquistatori trovarono però ampie aree dei territori fortemente grecizzate nella lingua, cultura e religione. In particolare nel Salento e nella Calabria meridionale tale presenza era pressochè totalitaria.

Naturalmente, loro si sentirono obbligati a promuovere le istanze cattoliche e di conseguenza optarono per importanti e radicali modifiche nell’assetto politico-religioso di queste regioni.

In particolare, nel 1089 tennero un importante concilio (III di Melfi) in cui invitarono i rappresentanti delle chiese di rito greco del sud Italia che per secoli e sino a quel momento erano state assoggettate al patriarcato di Costantinopoli.

A seguito di ciò, tutti i vescovi greci vennero via, via sostituiti da prelati filo latini e fedeli al papa di Roma. Naturalmente, anche l’importante sede metropolita bizantina di Otranto dovette subire la stessa sorte e da questo momento e per sei/sette secoli le chiese greche presenti in questi territori saranno assoggettate a un “pastore” lontano dal loro modo di concepire la religione ma anche la loro cultura d’origine.

Nello stesso concilio imposero loro di assoggettarsi politicamente al papato di Roma abbandonando gerarchicamente il patriarcato di Costantinopoli che per secoli era stato il loro punto di riferimento.

Di conseguenza nacque nell’alveo del cattolicesimo romano il rito bizantino.

Quindi viene con ciò confermata la tesi con cui ho principiato il discorso. In realtà dalla fine dell’XI e sino all’estinzione del rito nel XVIII secolo le chiese greche del meridione d’Italia non saranno scismatiche come le chiese d’Oriente ma bensì cattoliche di rito bizantino.

Con ciò mi preme smentire un altro luogo comune che ancora oggi è presente nella storiografia bizantina studiata in Occidente ossia quello che attribuisce la nascita del rito bizantino-cattolico alle conseguenze dei due concili di Ferrara e Firenze tenuti del 1438-39.

Infatti, a seguito di quell’ennesimo tentativo di riunificare le chiese, (provvedimento che sarà sancito ufficialmente ma che non si concretizzerà a causa delle enormi proteste avvenute a Costantinopoli e in tutto il medio oriente) vennero creati coloro che ancora oggi vengono chiamati “Uniati” presenti principalmente in nazioni quali l’Ucraina, l’Ungheria, la Romania e comunque in buona parte delle nazioni dell’Est Europa.

In realtà, come ho pocanzi dimostrato, le chiese d’oriente non scismatiche di rito greco che quindi riconoscono l’autorità del papato, nascono molti secoli prima in conseguenza della forte presenza di chiese orientali nel meridione della penisola italiana.

Fra l’altro, come asserisco nel libro “Il cielo interiore di Matteo Tafuri”, esistono una quantità notevole di elementi che evidenziano come tale tesi sia reale.

Vari esempi in tale direzione li possiamo riscontrare nella chiesa di S. Sofia e Stefano, monumento importantissimo proprio perché realizzato dalla e per la comunità italo greca di Soleto e dove è ovunque riscontrabile la ferrea volontà politica di mettere in evidenza come la comunità italo-greca fosse cattolica e non ortodossa.

L’esempio più evidente e chiaro di ciò lo troviamo nel catino absidale della cappella dove in un punto volutamente messo in risalto dal frescante con la rappresentazione della pentecoste, sicuramente istruito dal protopapàs, troviamo l’iconografia della più importante controversia teologica tra ortodossi e cattolici ma, apparentemente e paradossalmente, la versione filo latina ossia il “Filioque”.(Foto 3)  

Foto in bianco e nero con madonna e santi di affresco nell'abside
Foto 3 Filioque

In realtà, per quanto scritto in precedenza, non vi è nulla di paradossale in quanto si comprende come esso sia stato inserito con l’evidente volontà politica di dimostrare la propria fedeltà al cattolicesimo romano.

A sostegno di quanto appena asserito riporto di seguito un breve passo che troverete nella sessione dedicata al Tafuri:

“Sicuramente, a tal proposito, la più rilevante differenza dogmatica tra chiesa cattolica e ortodossa, è la diversa concezione che hanno sulla processione dello spirito santo con l’aggiunta della formula del filioque in occidente, elemento dottrinale sempre considerato eretico (e a tutt’oggi vige ancora questa diversa interpreazione) dalle chiese ortodosse.

Non si sa con certezza quando e come il filioque sia stata introdotto in occidente. A quanto si sa fu usato per la prima volta nel 587 a Toledo in Spagna e, per secoli non fu accettato nemmeno dalla stessa chiesa cattolica romana. Divenne sempre più adoperato però nelle chiese del centro, nord Europa che erano legate, in maniera particolare, all’autorità del Sacro Romano Impero che usò il filioque principalmente per fini politici anziché religiosi con l’intento di distinguersi dall’Impero romano ufficiale ossia quello con sede a Costantinopoli.

Non è un caso, infatti, se a Roma tale formula fu impiegata per la prima volta in un periodo molto tardo e proprio nelle circostanze dell’incoronazione di un Imperatore germanico ossia Enrico II da parte di papa Benedetto VIII.

Diverrà dogma definitivo per tutta la Chiesa cattolica romana solamente nel 1274 a seguito del secondo Concilio di Lione, evento nel quale fu, tra l’altro, sancito, anche se per breve durata, l’unione delle due chiese.

Il dogma del filioque è elemento essenziale nelle complesse e travagliate vicende delle chiese e comunità greche del meridione d’Italia poiché considerato vero elemento discriminante e probatorio a dimostrazione della loro unione con Roma e non con le chiese ortodosse.

La plurisecolare tolleranza con cui la chiesa romana aveva dominato sulle comunità greche del Salento era dovuta proprio al fatto, come abbiamo già visto, di considerare delle “consuetudini” alcune differenze di approccio ritualistico.

Altro è, viceversa, tollerare le principali differenze dogmatiche esistenti tra le chiese d’oriente e d’occidente.

Da ciò, possiamo dedurre che, da questo momento in poi, la presenza o meno di questo dogma nell’utilizzo liturgico e/o artistico, può essere, di fatto, considerato elemento discriminatorio di appartenenza all’una o all’altra confessione religiosa.

A tal proposito nel territorio salentino esiste una testimonianza molto rilevante nella chiesa tardo bizantina di S. Sofia e S. Stefano a Soleto, patria d’origine proprio del nostro Messer Tafuri.

Nella parte superiore dell’abside, realizzata molto probabilmente nella metà del XIV secolo dalla e per la fiorente comunità italo-greca del chorion bizantino, nella scena della pentecoste troviamo in maniera inequivocabile la rappresentazione pittorica del filioque in cui il Padre e il Figlio con le braccia aperte, sono intenti a mandare lo Spirito Santo sulla madonna e i dodici apostoli raffigurati nella Gerusalemme celeste.

Troppo spesso, nelle pubblicazioni sino ad ora realizzate su questa chiesa, evidenziando la presenza di questo dogma, non si è però riusciti a comprendere ed evidenziare la valenza rivoluzionaria dovuta alla sua rappresentazione.

Il suo inserimento per volontà della comunità bizantina, è da considerarsi a tutti gli effetti un vero e proprio schieramento politico. Qui, in maniera inequivocabile, la comunità greca di rito bizantino afferma di riconoscersi all’interno della comunità cattolica e non in quella ortodossa. Di fatti, per quanto sopra esposto, per motivazioni religiose e soprattutto politiche, mai un papas o un pittore ortodosso avrebbe inserito un elemento considerato da loro ancora oggi eretico. Da ciò possiamo con relativa certezza confermare la tesi di partenza, ossia che le comunità e chiese greche del sud Italia e in particolar modo del Salento, a partire dalla conquista normanna in poi, devono essere considerate cattoliche di rito bizantino e non ortodosse come purtroppo tuttora si continuano erroneamente a definire su tutte le pubblicazioni.”

3-La tradizione bizantina nel Salento ha avuto una tale importanza a livello storico, etnico e culturale da incidere in maniera sostanziale anche in periodi molto tardi sino addirittura al XVII-XVIII secolo.

Così, importanti fenomeni storico-artistici che apparentemente sembrano centrare poco o nulla con tale presenza, in realtà ne rappresentano l’epilogo.

Il barocco leccese, di fatti, può secondo lo scrivente essere annoverato tra i fenomeni monumentali/culturali conseguenti alla forte presenza nel periodo della contro riforma in Terra d’Otranto di una ancora numerosissima comunità italo greca di rito orientale. Di fatti, bisogna assolutamente precisare che nella seconda metà del XVI secolo nel Salento i paesi con ancora una parrocchia greca superavano la trentina di unità e non mi sembrerebbe strano se attraverso uno studio più attento delle varie visite pastorali di altri villaggi si scoprisse che erano addirittura maggiori di quaranta.

Purtroppo, nella quasi totalità dei casi in cui ci si è occupati del fenomeno del barocco leccese lo si è studiato da un punto di vista prettamente artistico e spesso non riuscendo a comprendere le reali motivazioni per le quali nella nostra Terra questo stile (ma anche cultura) fosse stato così presente e importante mentre è sufficiente spostarsi per poche centinaia di chilometri in Terra di Bari per notare come di fatto esso scompaia conservando ancora in maniera sostanziale nelle chiese lo stile romanico pugliese.

In realtà le motivazioni sono semplici e palesi.

Nel barese non vi erano di fatti gli italo-greci e quindi non vi è stata la necessità di inviare decine di ordini monastici latini per evangelizzare un’area già perfettamente inquadrata nel cattolicesimo romano.

L’”India d’Europa” (così veniva definito il Salento nei documenti della contro riforma) viceversa, era un’area che per troppo tempo aveva visto la tolleranza dei dominatori cattolici nei confronti delle comunità di rito greco ma che le nuove istanze controriformiste non poteva più ammettere.

Conseguenza di ciò, fù quello di trasformare Lecce in una vera e propria “città chiesa” e a seguito di questa abnorme presenza di ordini monastici latini (tutti ovviamente intenti a realizzare chiese e monasteri artisticamente più rilevanti di quelle costruite dagli ordini monastici concorrenti) portare, di conseguenza, ad una notevole presenza di monumenti religiosi.

E ciò è riscontrabile anche in tutti i paesi dell’entroterra (anche e soprattutto in quelli in cui si perpetrava ancora il rito bizantino) dove troviamo almeno un monastero o un convento edificato tra la fine del XVI e inizi del XVII secolo.

I monaci avevano l’improcrastinabile compito di evangelizzare l’area riportando sulla retta via intere popolazioni che per troppo tempo vi si erano allontanate.

Da questo momento quelle che per cinque secoli erano state giustificate come “consuetudini” perpetrate dalle comunità italo-greche non furono più tollerate e quindi furono costrette anche con evidenti maniere intimidatorie ad abbandonare il rito orientale. Ci vollero comunque ancora due secoli perché ciò avvenisse in maniera definitiva. Infatti, ancora nella seconda metà del XVIII secolo, troviamo paesi con una folta presenza di chierici more graecorum coniugati.

Ma la fine del rito bizantino era ormai imminente.

Per fortuna, estinto il rito, si è riuscita miracolosamente a conservare la lingua sino ai giorni nostri.

Note

1- Nascita della “Congregazione d’Italia dei monaci Basiliani”
Anno 1579: La decisione del papa Gregorio XIII di riforma filo-occidentale dei monaci greci dell’Italia Meridionale fu appoggiata dal cardinale calabrese Guglielmo Sirleto, il quale collaborò alla convocazione del I Capitolo Generale (Assemblea plenaria), a Seminara (Calabria) degli egumeni italo-greci, per la solennità di Pentecoste, dove si elaborarono le prime Costituzioni, improntate a quelle della Congregazione benedettina di S. Giustina di Padova.

Ma le personalità benedettine, che per diversi anni furono incaricate di dirigere la riforma (o trasformazione) del monachesimo italo-greco, furono inconsapevolmente portate a imprimergli caratteri e consuetudini propri dell’Occidente; sicché la conservazione di meri elementi esterni (barba, paramenti, lingua…) e qualche altra peculiarità secondaria non poterono certo riuscire sufficienti a impedire una troppo profonda trasformazione di una mentalità spirituale e di un regime di vita monastica tipici dell’Oriente cristiano.

Fu così impossibile far sussistere l’identità tipica (spirituale, acetica, organizzativa) degli ultimi rappresentanti in Occidente del monachesimo orientale delle origini e mantenere vive le sue preziose caratteristiche peculiari.


Fu per questo che una meccanica e radicale applicazione di ordinamenti monastici occidentali, estranei al mondo spirituale bizantino, si dimostrarono di fatto strumenti impropri a sottrarre i resti di una famiglia monastica, un tempo fiorente, alla sua lenta ma continua e inesorabile estinzione.
Con la Bolla “Benedictus Dominus” del 1° Novembre (!) 1579 papa Gregorio XIII approvava le decisioni capitolari e sottometteva tutti i superstiti monasteri italo-greci al nuovo Abate generale.

Questa decisione, se da una parte sembrò dare respiro a questa Istituzione monastica ormai morente, d’altra parte poco o nulla lasciò dell’antica e genuina tradizione bizantina…


(p. Alessio Mandanikiota)

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A Velentino De Luca e i lampadari di Santa Croce https://www.apsec-lecce.org/a-velentino-de-luca-e-i-lampadari-di-santa-croce/ https://www.apsec-lecce.org/a-velentino-de-luca-e-i-lampadari-di-santa-croce/#respond Sun, 05 Jul 2020 18:46:17 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2947 Di Marcello Seclì. A un anno dalla morte, sono ancora  molti gli amici e conoscenti...

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Di Marcello Seclì.

A un anno dalla morte, sono ancora  molti gli amici e conoscenti che lo ricordano con stima ed affetto per l’impegno civile e per il modo di essere – se pur a tratti spigoloso – sempre distinto e rispettoso verso chiunque.

Se gli anni della malattia lo hanno limitato nel suo adoperarsi sulle tante tracce della storia di Lecce e del Salento (a volte “trascurate” anche dalla cosiddetta “intellighenzia”), la puntigliosità e la passione che lo caratterizzavano erano rimaste inalterate, anche perché fiducioso che il “nemico” non avrebbe vinto.

Bibliotecario per quasi quarant’anni dell’Università del Salento, Valentino De Luca l’ho conosciuto prima per i suoi interventi sulla stampa locale e poi in vari appuntamenti culturali su temi che ci accomunavano (dove non mancava il suo contributo al dibattito e all’approfondimento) e per cui fu quasi naturale ritrovarci – nel corso dell’ultimo decennio – all’interno del Gruppo di Lecce di Italia Nostra.

In quelle occasioni costanti erano i suoi solleciti per dare la giusta attenzione ai tanti “segni della storia” come le lapidi commemorative e le effigi dei personaggi presenti sugli spazi urbani, ma anche su fatti e figure dimenticate o trascurati, come ad esempio i 132 leccesi deceduti per cause belliche tra il 1911 e il 1926, i cui nomi non sono presenti sulle lastre marmoree del Monumento dei Caduti e per la cui integrazione Valentino con particolarmente determinazione si stava adoperando.

Per questo impegno civile e culturale, per la passione e il disinteresse che lo animava, la Sezione Sud Salento ha ritenuto doveroso ricordarlo il 23 novembre scorso (nella serata di apertura a Lecce della manifestazione “Identità Salentina” che si è svolta presso il Teatrino del Convitto Palmieri) con la video-proiezione “La passione e l’impegno per la conoscenza della storia” (curata da Eugenio Imbriani, Pompeo Maritati, Maurizio Nocera e da chi scrive) e con gli interventi dello stesso Imbriani, di Emanuele Lasalandra e di Giacinto Urso.

Tra gli argomenti su cui Valentino si interessava da tempo (in questo caso con maggiore riservatezza) era quello sull’attività artistica dello zio acquisito Vito Bascià (*San Cesario di Lecce1903,  + Lecce1991), che aveva operato a Lecce – tra gli anni ‘20 e ’30  – nella sua bottega di Via Guglielmotto d’Otranto, realizzando prestigiosi manufatti in ferro battuto che sono ancora visibili a Lecce presso Palazzo Carafa, il Palazzo dei Celestini, l’ex Ospedale “Spirito Santo”, la Casa del Mutilato, la Confraternita della SS. Trinità del Cimitero, l’Hotel Santa Chiara, il Palazzo Foscarini-Orlandi, il Palazzo Carrozzini e in molti altri edifici privati, nonché in Santa Croce con la realizzazione dei 14 lampadari collocati tra le splendide arcate della basilica.

Basilica di Santa Croce i lampadari

Vito Bascià fu infatti uno dei protagonisti del fiorente e qualificato artigianato-artistico nella lavorazione dei metalli che si era sviluppato a Lecce tra la seconda metà dell’800 e la prima del ‘900 e – non a caso – diverse sue opere vennero pubblicate sul n.1 del 1932 della rivista quindicinale “l’Artista Moderno” edita a Torino. 

Possiamo essere certi che per questo lavoro di ricerca sull’attività artistica di Vito Bascià, Valentino De Luca lo avremmo visto oggi in prima fila sulla vicenda dei 14 lampadari di S. Croce che appena un mese fa sono sati impropriamente rimossi; questa sarebbe stata per Valentino De Luca un’altra delle sue battaglie civili convinto che è un dovere di tutti difendere i segni della storia ed il lavoro di chi si è adoperato per la bellezza e per la cultura del nostro territorio.

Anche per questa ragione oggi, nell’anniversario della sua scomparsa, il miglior modo di ricordare Valentino da parte di tutti gli amici e di quanti altri lo hanno conosciuto e stimato non può essere altro che quello di adoperarsi perché i lampadari della Basilica di Santa Croce ritornino ove, per quasi novant’anni, sono stati collocati.

                                                                             Marcello Seclì

                                                 Presidente Italia Nostra – Sezione Sud Salento

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Il Parco di comunità del Mago https://www.apsec-lecce.org/il-parco-di-comunita-del-mago-di-francesco-manni/ https://www.apsec-lecce.org/il-parco-di-comunita-del-mago-di-francesco-manni/#respond Fri, 03 Jul 2020 19:40:37 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2924 Di Francesco Manni Nel cuore dal Salento e comprendente buona parte delle serre centrali che...

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Mappa del Parco del Mago

Di Francesco Manni

Nel cuore dal Salento e comprendente buona parte delle serre centrali che attraversano l’area etnico-culturale nota come Grecìa Salentina, tra i comuni di Soleto, Corigliano d’Otranto, Zollino, Sterantia, San Donato di Lecce – Galugnano, San Cesario e Lequile si colloca la pluri secolare area de’ “Lu Levitu del mago”.

Di altissimo pregio paesaggistico connotato non soltanto dalle suggestioni dei mille e mille ulivi contorti, monumentali e pluri-secolari, tanti dalle forme antropo-zoomorfe, ma anche da un mosaico di pascoli rocciosi, seminativi, antiche e diffusissime masserie, dedali di muretti a secco, testimonianze archeologiche di epoca messapica e di altre epoche storiche e protostoriche, tratturi e trulli, intervallati da preziosi lembi di macchia mediterranea e relitti arborei dell’antico originario manto forestale che ricopriva queste lande, querce di varie specie, querce spinose e lecci, monumentali bagolari, etc., e non solo moltissimi dei più antichi ulivi, veri prodigi di natura e testimoni del millenario intervento dell’uomo nel plasmare la natura alle proprie necessità di sussitenza.

Nel Salento, di fatti, non si può parlare della presenza di un “ambiente naturale” ma bensì un “paesaggio culturale” ossia un ambiente fortemente antropizzato, risultato diretto di un plurimillenario adattamento del territorio alle esigenze culturali e produttive delle popolazioni.

Così, insieme agli ulivi monumentali che per millenni hanno “vissuto” le vicissitudini del territorio e dei suoi abitanti, incontriamo le tipiche masserie fortificate, sentinelle che con la loro presenza testimoniano la vita rurale di comunità che in questi luoghi diveniva vita sociale, (Ghetonìa in greco-salentino) i Furnieddri o Pajare piccoli rifugi per gli attrezzi agricoli e “osservatori” della economia di mera sussistenza delle popolazioni locali.

E ancora le centinaia di chilometri di muretti a secco che già dall’epoca messapica e dalla sistemazione a centurie di epoca romana evidenzia la necessità di parcellizzare le proprietà dei piccoli possidenti terrieri.

Tutto ciò testimonia il forte legame che sino a pochi anni fa ha legato indelebilmente i salentini (e riguardo il Parco del mago i Grichi) alla propria Terra.

Da qualche tempo, a causa di un tentativo ben riuscito di demonizzare tutto ciò che ha a che fare con la terra e la sua lavorazione, questo forte legame si è incrinato portando ad uno allontanamento delle popolazioni dal proprio territorio.

Difatti, Il tessuto socio-culturale locale ha visto negli ultimi anni un forte scollamento e allontanamento dal proprio ambiente rurale dovuto principalmente alle forti variazioni socio-economiche avvenute.

Scopo principale del progetto è proprio, attraverso una percorso di conoscenza diretta delle peculiarità storiche e antropiche del territorio, quello di far nuovamente riavvicinare la comunità ad esso.

Il progetto prende avvio anche dal cardine e principio dovuto alla forte spinta avuta negli ultimi anni da parte delle comunità locali attraverso l’associazionismo diffuso che ha visto un forte incremento delle progettualità del Terzo Settore soprattutto a riguardo la salvaguardia ambientale e della valorizzazione del patrimonio eno-gastronomico e culturale.

Famiglie, amministrazioni, aziende e singoli cittadini identificano le associazioni e i soggetti del terzo settore come interlocutori primari e sentinelle del territorio.

Il progetto nasce dall’esigenza di scoprire, potenziare e promuovere la risorsa più importante di tutte per un territorio, la stessa che maggiormente lo influenza: l’uomo.

La “riscoperta”del volontariato come strumento sociale di tutela, condivisione e promozione è la forza del progetto, i partner di progetto, promuoveranno forme nuove di coinvolgimento dei cittadini nella vita della comunità.

Si partirà con l’ascolto del territorio, l’analisi dei bisogni collettivi e la restituzione di proposte e idee dal basso per promuovere il volontariato come strumento reale per il territorio. Le associazioni saranno il punto di accesso alla cittadinanza, saranno i presidi di riferimento e i costruttori di nuove dinamiche aggreganti avvalendosi anche di strumenti innovativi per incentivare i cittadini a diventare parte attiva.

I comuni diventeranno dei cantieri aperti ove poter discutere apertamente di problematiche e cercare insieme soluzioni reali. Le associazioni restituiranno sotto forma di documento orientativo le linee guida e gli strumenti possibili per diffondere il senso di appartenenza al territorio, incrementando la conoscenza delle potenzialità inespresse e mettendo in rete singoli cittadini, attori sociali e istituzioni per la creazione di un “modello responsabile”. Il parco è inteso come una risorsa non solo ambientale, e perciò da tutelare, ma dalle comunità e identificato come un possibile mezzo di sviluppo sociale ed economico.

Una “rete umana” si estenderà all’interno del territorio e diventerà la base operativa di una nuova vision di comunità attiva.

Il progetto di istituzione a medio termine del Parco di comunità del Mago nasce da tale esigenza e si sviluppa dal basso ossia da una serie di associazioni e abitanti che da decenni hanno con forza e cocciutaggine continuato a vivere il territorio e, di conseguenza, a cercare in tutte le maniera di tutelarlo.

A tal fine il progetto nel breve termine si prefige:

  1. Di creare una rete tra gli otto comuni che, firmando un protocollo d’intesa nel gennaio 2016 si sono impegnati a portare avanti tutte le istanze del progetto del parco nonché, appena possibile, riuscire ad adattare tutti i propri strumenti urbanistici al fine di una migliore tutela degli elementi caratteristici e caratterizzanti il parco, e le varie associazioni di volontariato ed enti privati che promuovono l’iniziativa;
  2. Le stesse associazioni ed enti privati (sino ad ora una ventina) sempre nello stesso periodo hanno firmato un protocollo d’intesa che le impegnano a portare avanti al meglio tutte quelle azioni necessarie al raggiungimento della creazione del Parco e soprattutto l’organizzazione di eventi ed azioni necessarie a promuovere nella comunità il parco stesso;
  3. La promozione delle buone pratiche in agricoltura rivolte sia alle aziende col fine di rendere i propri prodotti sempre più naturali e di qualità, sia a tutta la cittadinanza al fine di riavvicinare la popolazione al proprio territorio;
  4. La futura realizzazione di un Marchio d’Area che vada a caratterizzare il Parco al fine di farlo conoscere e far identificare al meglio gli abitanti dei comuni al territorio;
  5. Lo stesso Marchio servirà a livello economico alle varie aziende di prodotti tipici e di qualità presenti sul territorio per poter unire la propria produzione ad un’area con caratteristiche ben identificabili;
  6. Uno studio approfondito da parte degli attori presenti sulle caratteristche ambientali e storico-culturali caratterizzanti il territorio;
  7. La successiva implementazione di un portale che raccolga e promuova tutti gli studi realizzati e li promuova al fine di un possibile incremento turistico dell’area;
  8. La creazione di percorsi turistici e ciclabili che sfruttino i secolari tratturi presenti sul territorio;

Inoltre riportiamo qui di seguito sintetizzata una Road Map della azione amministrativa virtuosa a cui ciascun ente, e ovviamente ciascun cittadino, che ha a cuore la tutela del Bene Comune di tale area e del Salento e ovvimente in prospettiva del Parco di Comunità del Mago potrà attivamente fare riferimento e mettere in pratica:

Casella di testo: 1.	Stop al Consumo di Territorio
2.	Decementificazione Deasfaltizzazione
3.	Recupero e restauro del territorio naturale, rurale e degli elementi storico architettonici quali pilastri imprescindibili costituenti l'identità culturale di comunità
4.	Rimboschimento
5.	Rinaturalizzazione
6.	Disinquinamento luminoso
7.	Tutela del Bene Comune Acqua sia in superficie che in falda
8.	Restauro storico-naturale del paesaggio nel rispetto del Genius Loci del territorio, restauro-ricostruzione dei beni culturali danneggiati, trafugati, distrutti di cui si abbia testimonianza e documentazione, tanto nelle aree urbane quanto in quelle rurali
9.	Ispirazione a questo Genius loci per ogni intervento
10.	Bonifica dagli inquinanti
11.	Ciclo Rifiuti Zero
12.	Agricoltura incentrata sulle filosofie del biologico, un’agricoltura ovunque della salubrità
13.	Recupero e tutela della biodiversità naturale e agro-pastorale
14.	Conoscenza partecipata del territorio
15.	Tutela dei Beni Comuni
16.	Rinnovabili davvero eco-sostenibili ovvero quelle che non danneggiano il paesaggio né impoveriscono l’agricoltura come i pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici recenti.

Queste sono solo alcune delle azioni da intraprendere per giungere alla creazione e promozione del Parco del Mago.

Molte altre possono essere intraprese nel momento in cui buona parte della popolazione riuscirà finalmente a riappropriarsi e considerare elemento inscindibile dalla propria identità il territorio che li circonda.

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Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri, profeti da rileggere https://www.apsec-lecce.org/gioacchino-da-fiore-e-dante-alighieri-profeti-da-rileggere-di-pierfranco-bruni/ https://www.apsec-lecce.org/gioacchino-da-fiore-e-dante-alighieri-profeti-da-rileggere-di-pierfranco-bruni/#respond Fri, 03 Jul 2020 18:21:16 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2910 Di Pierfranco Bruni In un tempo di sradicamenti, oltre la cronaca della politica    Non...

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Di Pierfranco Bruni

In un tempo di sradicamenti, oltre la cronaca della politica

Gioacchino da Fiore "Liber figurarum"
Gioacchino da Fiore “Liber figurarum”

   Non illudiamoci ancora. La nostra epoca ha dimenticato l’identità culturale e ha perso le eredità filosofiche. Occorre rileggere e proporre. Gioacchino da Fiore è una presenza costante nella storia della cristianità. Utopia, eresia, viaggio nella religiosità. Un viaggio profetico che ha tante avventure da raccontare. Ma Gioacchino è un modello che caratterizza tutti i processi culturali che ha poi l’identità cristiana e di fede in tutti i secoli successivi in una dimensione in cui ricerca della fede significa anche ricerca di una centralità dei valori della profezia.


   Ernesto Buonaiuti in un suo saggio dedicato al De articulis fidei di Gioacchino da Fiore ha sottolineato: “E se i pontefici romani si sbarazzarono del gravoso onere della potestà politica e ne delegarono il mandato agli imperatori, lo fecero unicamente per non mescolare la milizia di Dio alla burocrazia temporale. Ma il gesto di Costantino, innalzante il pontificato dalla condizione di soggetto e di minorato a dignità di potenza e di comando, fu, oltre tutto, un meraviglioso gesto simbolico, prefigurante il momento in cui, alla fine del mondo, il Signore Gesù avrebbe trionfalmente e definitivamente sottoposte tutte le nemiche autorità della terra, ai propri piedi”.


   In un quadro in cui le tragedie dominano lo scenario si ha bisogno di ritrovare l’identità del sacro. L’uomo deve superare le burocrazie temporali e i popoli non hanno soltanto la necessità di affidarsi alla democrazia o alle democrazie ma devono recuperare la solidarietà dell’unione che significa legittimare un futuro grazie ad una eredità che non può che leggersi nel testo messianico della rivelazione.


   Viviamo un passaggio epocale che viene ad essere contrassegnato da un rapporto tra il contemporaneo e il moderno. In questo rapporto si inseriscono le tracce tematiche che hanno caratterizzato il tempo delle civiltà e lo hanno innescato nelle evoluzioni delle culture. Il contemporaneo e il moderno ormai fanno parte della nostra esistenza del presente e nel presente. Si riscoprono i luoghi e i personaggi si rileggono nella loro storica fisionomia.


   L’intellettuale è un giocoliere che sa stare al gioco e i filosofi esteti ridisegnano il cerchio mentre i teologi discutono sull’avventura di Dio e i religiosi pongono la questione della riappropriazione del mistero. In questo nostro tempo c’è una leggerezza delle idee che va di pari passo con il pensiero debole. Il moderno e il contemporaneo si servono di questi modelli che sono i testimoni della stagione delle ideologie.


   Siamo attratti dal crepuscolo delle ideologie perché veniamo attraversati costantemente dalla debolezza o dalla necessità del contemporaneo. Il senso religioso è senza ideologia perché è nel di dentro dei segreti che il mistero si rivela. Rivelandosi ci permette di scoprire o riscoprire il valore della vita, i sentieri che si intrecciano nelle culture, i significati del sacro.


   Un interlocutore che ritorna a dialogare tra il moderno e il contemporaneo, pur essendo antico, è Gioacchino da Fiore. Perché, ci si chiederà, riproporre Gioacchino da Fiore in un clima di confusioni radicali e di post – determinismo ideologico? Questo tempo che consuma tutto come potrà dialogare con l’abate cistercense che
visse tra il 1135 e il 1202?

Gioacchino da Fiore e San Tommaso d'Aquino

Nella cultura occidentale l’abate calabrese resta una figura centrale. Ed è tale  sia per gli scritti che ha lasciato sia per i suoi comportamenti che sono sempre oscillati tra l’eretico e l’utopico. E’ certamente uno dei filosofi che ha fatto da apri pista per le problematiche che ha messo in moto una temperie di conflitti e di contraddizioni etiche, morali ed esistenziali.

Il tempo della ciclicità è in Gioacchino da Fiore  una motivazione storica e culturale che ha dei presupposti profondamente religiosi. Le sue tre grandi età sono una manifestazione che caratterizzerà tutto lo svolgersi della filosofia vichiana e i relativi orientamenti della critica sul mito, sul tempo della memoria, sulla rivelazione mistica.

Gioacchino da Fiore


Gioacchino da Fiore nel Liber concordiae Novi ac Veteris Testamenti offre la meditazione sulla ciclicità. Le età sono gli “stati del mondo”. E’ proprio in questo libro che l’abate dichiara: “Il primo è quello in cui siamo vissuti sotto la legge; il secondo è quello in cui viviamo sotto la grazia; il terzo, il cui avvento è prossimo, è quello in cui vivremo in uno stato di grazia più perfetta”. E l’analisi continua su una triplice valenza. E si ha: scienza, sapienza, intelletto. Così di seguito sino ad arrivare agli ultimi stati che ci danno questo quadro: “Il primo riguarda il periodo di settuagesima, il secondo quello della quaresima, il terzo le feste pasquali. Il primo stato appartiene dunque al Padre, che è autore di tutte le cose; il secondo al Figlio, che si è degnato di condividere il nostro fango; il terzo allo Spirito Santo, di cui dice l’Apostolo: ‘Dove c’è lo Spirito del Signore, ivi  è la libertà'”.


Infatti le tre età sono riassumibili in questa sfera: l’età del Padre, l’età del Figlio, l’età finale dello Spirito. Nelcorpus di questo viaggio c’è l’intelligenza spirituale la cui figura dell’angelo assurge a simbolo. Anche qui si dimostrano e si manifestano gli intrecci ciclici. Nell‘Expositio in Apocalypsym  si legge: “Nella terra, che è l’elemento inferiore, si designa la lettera dell’Antico Testamento, nel mare la lettera del Nuovo Testamento, nell’iride, che compare in mezzo alle nuvole del cielo, il significato spirituale, che scaturisce dall’uno e dall’altro”.


   La terra e il mare sono non solo elementi partecipativi nella ciclicità del confronto tra tempo e civiltà. Sono portatori di identità e di appartenenza. E proprio per questo Gioacchino da Fiore costituisce il “proposito” di un radicamento che trova nell’Antico e nel Nuovo Testamento la Redenzione che ci farà approdare ad nuova Era. La religiosità senza il mistero non avrebbe senso. Ma lo stesso viaggio messianico si legge nelle metafore della terra e del mare. Ovvero dell’acqua e del deserto.

Sono questi i due principi fondanti che ci conducono verso una rivelazione che non può essere soltanto storia ma soprattutto fede. Lo svolgersi di questa attesa messianica ci avvicina non alla realtà storica ma alla memoria che è lo svolgersi di una rivoluzione cristiana. In questa dimensione di fede il dibattito tra modernità e contemporaneismo è una chiave di lettura fondamentale per afferrare l’importanza del cristianesimo nell’età attuale e diventa necessaria alla luce dell’offerta problematica che ne fa Gioacchino da Fiore. Una chiave di lettura che deriva da due riferimenti centrali. Il simbolo e il sacro.


Ha scritto giustamente Ernesto Buonaiuti: “Impazientemente proteso verso la veniente libertà dello spirito, Gioacchino intende così il mondo delle realtà trascendentali, come il passato rivelato e storico, quali immense e dense parabole, di cui occorre cogliere i significati riposti e i valori tipici. Tutto, nella parola di Dio affidata alla Scrittura… deve essere inteso come una tessitura prodigiosa di simboli e di sacramenti, la cui realtà non velata sarà posseduta unicamente nel nuovo regno Spirito, mentre finora è rimasta oscura e indecifrata”.


   I simboli e le metafore circondano tutta l’opera dell’abate calabrese. Alla incombente visione di attualizzare il moderno, nel suo contesto storico e nella nostra realtà epocale, si contrappone la visione del “sempre” attraverso il messaggio della evangelizzazione che Gioacchino propone costantemente anche alla luce dei continui sdradicamenti che hanno attanagliato tutte le civiltà e tutte le età. Ci sarebbe bisogno di ridare voce al pensiero metafisico della contemplazione per riconquistare il senso che manca a questo tempo di perdute memorie e di facili euforie.


   La profezia non è un miraggio. E’ la metafora che si racconta nella nostalgia del futuro. Pietro De Leo in Gioacchino da Fiore Aspetti inediti della vita e delle opere ha sottolineato: “Modello o no, Gioacchino fu l’abate asceta di un ordine profetico, proiettato nei tempi escatologici, più che in quest’età che li precede. Gioacchino abate appare per questo un precursore, anche se per molti aspetti la sua vita e il suo messaggio costituiscono ancora oggi un problema”.


   Forse fu un eretico. Ma di una eresia di cui questo nostro tempo ha perso il valore. Le sue utopie sono state sconfitte dalla burocrazia del potere. Come avvenne per Dante, di cui il legame con l’abate è una testimonianza spirituale ed etica, l’eresia e l’utopia rappresentarono un modello di vita.Ma sia Dante che Gioacchino oggi non sono moderni o contemporanei o attuali. Sono i profeti che hanno disegnato le immagini nelle quali ci perdiamo. Restano i profeti oltre la cronaca della storia.

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Festa di San Pietro e San Paolo a Galatina 29 giugno https://www.apsec-lecce.org/festa-di-san-pietro-e-san-paolo-a-galatina-29-giugno/ https://www.apsec-lecce.org/festa-di-san-pietro-e-san-paolo-a-galatina-29-giugno/#respond Mon, 29 Jun 2020 18:35:43 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2876 Ci andremo il prossimo anno di Stefania Carofalo A Galatina si festeggiano i Santi Pietro...

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Foto del pozzo chiuso da una grata e di un affresco raffigurante San Paolo all'interno del cortile del palazzo Congedo
Foto del pozzo chiuso da una grata e di un affresco raffigurante San Paolo. all’interno del cortile del palazzo Congedo (Foto da internet tripadvisor)

Ci andremo il prossimo anno

di Stefania Carofalo

A Galatina si festeggiano i Santi Pietro e Paolo, è una festa patronale molto sentita nel Salento perché in questa data e in questo luogo avvenivano i rituali per la cura delle “Tarantate”.

E’ necessario raccontare brevemente la storia che lega i Santi a Galatina.

La leggenda narra che durante i viaggi di evangelizzazione, San Pietro e San Paolo, fecero tappa a Galatina e furono ospitati da una donna galatinese nella sua dimora, offrendo loro ciò che possedeva per rendere più confortevole la permanenza dei santi.

San Paolo, in segno di riconoscenza per l’ottima ospitalità ricevuta, trasmise alla donna e ai suoi discendenti, l’immunità e la “terapia” da seguire per la guarigione di coloro che fossero stati morsi dai ragni velenosi, in questo caso le tarantole dette Tarante.

La cura consisteva nel bere l’acqua del pozzo, all’interno della sua casa, e fare un segno della croce sulla ferita provocata dal morso del ragno.

Le donne morse dalla taranta presentavano segni di forte delirio e venivano “iniziate” al rituale esorcistico già nella propria abitazione, che circondate da musicisti e al ritmo della Pizzica – pizzica, o della Pizzica Tarantata, ballavano convulsamente. Attraverso la danza si cercava di identificare quale taranta avesse morso la malcapitata. Fase importante questa per capire quale melodia avesse più efficacia per “dialogare” col ragno e invitarlo al ballo frenetico, sino a stancarlo e a schiacciarlo col piede. Questo rito poteva durare più giorni.

Successivamente le donne venivano accompagnate nella cappella di San Paolo e lì, i famigliari recitavano preghiere e invocavano il santo affinché concedesse la grazia della guarigione e si dava da bere alle Tarantate, l’acqua miracolosa del pozzo. Il vomito era il segno che il veleno del ragno era stato espulso e che la grazia era stata concessa, a questo punto le donne guarite si recavano a pregare e a rendere grazia nella vicina Chiesa Matrice dedicata ai Santi Pietro e Paolo.

Erano soprattutto le donne ad essere morse dal ragno, e ogni anno nel giorno di San Pietro e Paolo, i sintomi del malessere tornavano ad affliggerle e quindi dovevano sottoporsi al rito della cura accompagnato dalla musica del tamburello, del violino, della chitarra e dell’organetto ripetendo tutto il rituale.

Prospetto della Chiesa di San Pietro e San Paolo detta Chiesa Matrice
Prospetto della Chiesa di San Pietro e San Paolo detta Chiesa Matrice (foto da internet wikipedia)

Le tarantate partivano al mattino presto coi carretti trainati dai cavalli, quando ancora era buio, per arrivare, alle prime luci del giorno, a Galatina. Le donne indossavano abiti bianchi e chi le accompagnava, faceva attenzione a non vestirsi con colori vivaci perché questi rendevano aggressive le tarantate.

I riti della cura delle Taratate pare abbiano avuto inizio nel Medioevo e terminati, indicativamente, negli anni Settanta del secolo scorso.

La Chiesetta di San Paolo è conosciuta come la “cappella delle tarantate” e si trova in via Garibaldi, 5 al pian terreno del settecentesco palazzo Congedo. E’ da ricordare che Galatina era considerata una cittadina immune al morso della taranta.

La festa vede la partecipazione di molte persone con la processione, le sue luminarie, le bancarelle e la visita nei luoghi legati al fenomeno del Tarantismo.

Il morso della tarantola. Video da internet youtube

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Le “pizzicate” di Enrico Benaglia, un’arte sapiente tra gioco, terapia e filosofia https://www.apsec-lecce.org/le-pizzicate-di-enrico-benaglia-unarte-sapiente-tra-gioco-terapia-e-filosofia/ https://www.apsec-lecce.org/le-pizzicate-di-enrico-benaglia-unarte-sapiente-tra-gioco-terapia-e-filosofia/#respond Mon, 29 Jun 2020 16:42:44 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2863   di Pierpaolo De Giorgi Con il personale bagaglio di tante glorificazioni gioiose, fiabesche e in...

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Dipinto di tre donne danzanti all'ombra di un albero al chiaro di luna
Enrico Benaglia “Ballando sotto la luna” (olio su tela 2016)

  di Pierpaolo De Giorgi

Con il personale bagaglio di tante glorificazioni gioiose, fiabesche e in pari tempo solenni, autorevoli dell’arte, della musica, della danza, del circo, delle meccaniche celesti, il maestro romano Enrico Benaglia, pittore, disegnatore, incisore, litografo, scenografo e scultore, affronta la pizzica, che lo avvince col suo fascino.

Ne scaturiscono alcuni oli su tela, alcuni collage e una scultura di carta e stucco, che non esito a definire autentici capolavori. Con pochi e all’apparenza semplici tratti e colori, infatti, Benaglia coglie le tradizionali altezze estetiche e le valenze simboliche dei gesti, dei passi, delle espressioni e degli atteggiamenti delle focose donne che danzano la “musica che guarisce”.

dipinto di ballerina con drappo rosso e vestito azzurro
Enrico Benaglia: La pizzica e il mare. Olio su tela 2016
(da internet enricobenaglia)

Dopo aver assimilato il pensiero tradizionale e i caratteri dinamici che le tarantate e le ballerine di pizzica incarnano da secoli e secoli, il maestro romano ci restituisce, in queste opere dallo stile inconfondibile, il “dir di sì” alla vita e il “dir di no” alla morte della pizzica terapeutica e ludica. Ci restituisce, in altre parole, il mistero della vita che si rinnova, un verbo di rinascita ricondotto al gioco cosmico dell’esistenza, che nella pizzica da sempre è una valorizzazione della vita in quanto tale.

D’altra parte, in tutte le sue opere l’artista propone il simbolo e l’incanto come chiavi interpretative del legame indissolubile dell’essere umano con la totalità dell’Essere, con le stelle, i boschi, la terra, la Natura nella sua purezza e nella sua interezza. Anche in questi lavori utilizza le stesse chiavi per esprimere la gioia, l’eleganza e il gioco delle tante ritrovate feste del Salento e dell’intero Meridione, nelle quali la pizzica suonata e danzata è protagonista.

Dipinto di ballerina on abito bianco suona il tamburello in riva al mare con onde spumose
Enrico Benaglia: Tamburellata salentina. Olio su tela 2016 (da Internet enricobenaglia)

E non è un caso che il “dir di sì” alla vita della pizzica venga a corrispondere puntualmente con quello analogo espresso da tante opere del maestro Benaglia. Ossia da opere ricchissime di movimento ed equilibrio armonico, spesso fatte di musica e di danza, dalle quali traspare l’idea nemmeno troppo recondita che ogni cosa al mondo, anche la più piccola, sia rappresentazione, teatro, arte. 

Siamo in presenza di un’artista sapiente, in grado di muoversi con disinvoltura tra gioco, terapia e filosofia, generando stupore ed emozione. Mi sorprende la sua poetica davvero fuori dall’ordinario, simbolica e per nulla imitativa. Da un lato è collocata nella prassi e nella teoria della grande arte italiana ed europea della seconda metà del Novecento e dei primi anni del Duemila, dall’altro lato se ne distacca per la ben definita originalità e l’arguta intelligenza.

L’artista utilizza consapevolmente la luce, l’occhio, il vedere come una raffinata estetica della conoscenza. Ed è in questa prospettiva visuale che molte delle sue figure sottili, enigmatiche, stupefatte e insieme disinvolte, allegre, vive raccontano per un verso il potere incantatorio della musica e della danza e per l’altro verso offrono risposte alle domande e al mistero della vita.

 Con questi e non pochi altri strumenti tecnici e filosofici, Benaglia osserva attentamente la pizzica e ne offre un’inedita rappresentazione tra costellazioni e cieli curvi, riti e miti tradizionali sottintesi. Ed ecco che, mentre “la notte balla con l’arcobaleno”, collage e acrilico, appare proprio nella danza e con la danza la possibilità di raggiungere l’equilibrio vitale. La musica, anche se qui non viene raffigurata direttamente, è parte integrante del meccanismo mitico ed è più che mai presente, con tutta l’energia che sa trasmettere alla danza. Così la “ballerina con drappo rosso” tende le braccia al cielo in un’eterna promessa, e la “ballerina sulla trottola” esibisce le sue certezze sull’equilibrio degli opposti.

Una magnificente “ballerina tra le stelle”, olio su tela, appare perfettamente inserita nelle cicliche meccaniche celesti, e un’altra “ballerina tra le stelle”, collage, mostra risoluta le sue conquiste filosofiche sull’eternità della vita. A loro volta, le tre “pizzicate”, una delle quali di carta e stucco, utilizzano tutte queste risorse e convinzioni in senso terapeutico per lottare e trionfare bellamente sul lato negativo dell’esistenza.

dipinto di ballerina con abito rosso in riva al mare con le stelle su una mano verso il cielo
Enrico Benaglia: La taranta e la luna. Olio su tela 2016 (da internet enricobenaglia)

Nelle belle forme e nei congruenti bagliori cromatici dell’immaginario di Benaglia, si congiungono estrema delicatezza e grande forza, umiltà cartacea e densità espressiva, stile consumato e passione bruciante, enigma e soluzione, coraggio rituale e plastica eleganza, tutte risorse artistiche che coinvolgono il fruitore come poche altre opere d’arte.

     In tutti questi lavori, in linea con i dettami del grande Curt Sachs, la danza è la vita elevata all’ennesima potenza, ed è il luogo dove trionfa lo status positivo dell’Essere codificato negli atteggiamenti rituali delle danzatrici. Decise, quasi sfrontate, orgogliose della propria arte, protagoniste, le danzatrici di Benaglia si esibiscono tenendosi acrobaticamente nell’equilibrio dell’intero armonico della pizzica, per riconquistare il versante positivo della psiche e urlare al mondo la loro proposta vincente.

Alcune sono tarantate in trance possedute dalla taranta, così come le Menadi lo sono dal dio Dioniso. Altre sono donne contemporanee che, tramite la danza rituale, realizzano al meglio la loro essenza femminile e si riconciliano col mondo nella trance coreutica ed erotica. Le loro emozioni si leggono con chiarezza.

E Benaglia, senza altre mediazioni che la sua arte, le trasmette a noi fruitori, che da esse senza riserve ci lasciamo conquistare.    

Dipinto di ballerina con abito bianco, drappo rosso e tamburello in riva al mare
Enrico Benaglia: La taranta e il tamburello. Olio su tela 2016 (da Internet enricobenaglia)

I magistrali tratti dei volti evocano maschere dionisiache fatte di atteggiamenti rituali, non per indicare il nulla, ma al contrario per rappresentare gli infiniti aspetti dell’Essere e il travolgente teatro dell’esistenza. I movimenti coreutici intuiscono e incarnano la dinamica segreta bipolare del dio Dioniso, e cioè l’aiόresis o altalena rituale, tipica di ogni forma di pizzica. L’altalena rituale non è solo una culla infantile ondeggiante nell’aria ma è anche la vibrazione primordiale, l’oscillazione cosmica elementare tra gli opposti buio e luce, femmina e maschio, cielo e terra, apparizione e scomparsa, e soprattutto morte e vita.

Le danzatrici di pizzica di Benaglia esprimono tali intuizioni nei gesti e nei passi, che si configurano come simboli ben definiti, e si mostrano orgogliose della propria abilità. Alla fine, nel loro gran teatro, mettono in scena il governo, tramite l’arte, di quell’equilibrio dell’intero armonico dell’Essere che consente alla vita di rinascere dalla morte, di rinnovarsi ancora una volta. Noi fruitori, colpiti nel profondo, osserviamo e godiamo di quella delicata ed misteriosa bellezza, persino più che ad un concerto di pizzica.

Pierpaolo De Giorgi                                                                 

Lecce, luglio 2016                                                                                                            

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Un Corso di Protocollo e Galateo Cerimoniale Istituzionale presso l’Università la Sapienza https://www.apsec-lecce.org/protocollo-e-galateo-istituzionale-il-cerimoniale/ https://www.apsec-lecce.org/protocollo-e-galateo-istituzionale-il-cerimoniale/#respond Mon, 29 Jun 2020 11:19:11 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2850 Se pur vero è che il Galateo, ovvero, le regole del buon comportamento, il bon...

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Se pur vero è che il Galateo, ovvero, le regole del buon comportamento, il bon ton, si stia perdendo nella globalizzazione dei costumi, è altrettanto vero che, per fortuna, nell’ambito di alcune istituzioni e soprattutto in area di rapporti internazionali il Galateo Istituzionale e il cosiddetto Cerimoniale, sono d’obbligo.

La conoscenza della materia è alquanto vasta e altrettanto importante che l’Università La Sapienza di Roma, ha predisposto un apposito ciclo di studio.

Il corso intende fornire le competenze teoriche e pratiche necessarie per occuparsi professionalmente di cerimoniale, protocollo e rappresentanza istituzionale. Inoltre, grazie all’inserimento di alcuni insegnamenti derivanti dal Galateo, offre una proposta formativa idonea a sviluppare una conoscenza condivisa che miri allo sviluppo della professionalità nel suo insieme. L’impostazione del corso intende valorizzare tanto la dimensione storico – culturale del protocollo e del cerimoniale, quanto le più recenti riflessioni sulla contemporaneità, confrontandosi anche con discipline affini come la storia dell’arte, la storia delle religioni e le discipline della comunicazione. 

Grazie all’analisi pratica di casi concreti e a visite di studio presso importanti e prestigiose sedi istituzionali di interesse protocollare, i frequentatori potranno acquisire competenze specifiche sul campo. Acquisiranno, inoltre, le competenze necessarie per approcciarsi correttamente al mondo del lavoro sia in ambito pubblico che privato attraverso lo studio di un’ampia gamma di tematiche relative a vari contesti come quello degli enti pubblici, dell’Università, delle realtà ecclesiali, delle manifestazioni sportive e del protocollo diplomatico. 

La tipologia di competenze offerta è particolarmente richiesta negli eventi istituzionali e nelle occasioni formali; rappresenta inoltre un’opportunità di specializzazione per chi collabora o vuole collaborazione professionalmente con la Pubblica Amministrazione sia a livello centrale che locale.

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Il Microcredito: prove mal riuscite di una finanza alla ricerca di una sua etica https://www.apsec-lecce.org/il-microcredito-prove-mal-riuscite-di-una-finanza-alla-ricerca-di-una-sua-etica/ https://www.apsec-lecce.org/il-microcredito-prove-mal-riuscite-di-una-finanza-alla-ricerca-di-una-sua-etica/#respond Sun, 28 Jun 2020 19:00:56 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2829 Di Pompeo Maritati La microfinanza (Microcredito) prevede la fornitura di servizi e prodotti finanziari a...

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Di Pompeo Maritati

La microfinanza (Microcredito) prevede la fornitura di servizi e prodotti finanziari a popolazioni svantaggiate che sono escluse dal sistema bancario tradizionale. 

Forse non avrete sentito parlare spesso di Microfinanza in quanto il mondo moderno, nella sua folle corsa individuale ed egoistica a trattare numeri sempre più ampi, ha dimenticato di parlare del Microcredito.  Il Microcredito è frazionare la disponibilità finanziaria in una miriade di piccoli prestiti da erogare a nuclei familiari disagiati, per porre in essere piccole attività artigianali, commerciali o agricole.

Non pochi economisti “miopi”  hanno accostato il microcredito alla beneficienza, fossero i famigerati quanto inesistenti aiuti al terzo mondo (famigerati perché parlare oggi di aiuti al terzo mondo rappresenta una delle peggiori pagini della politica internazionale, dove più volte sono stati sottoscritti patti, all’interno dell’ONU, poi mai mantenuti). Una valutazione questa, per certi versi non proprio errata, perché spesso il Microcredito è stato posto in essere non tanto per favorire lo sviluppo di territori sottosviluppati o rivenienti da eventuali cataclismi, ma per consentire ad alcune banche di darsi una cosiddetta “anima buona”. In poche parole un investimento in marketing pubblicitario. Ecco perché, non sarà difficile incontrare opinionisti dell’ultima ora, o i soliti giornalisti improvvisati, che non si faranno scrupolo di fare di tutta un’erba un fascio, ritenendo il Microcredito, ovvero la Microfinanza, un flop o peggio ancora una elemosina.

Vi passo una chicca deliziosa ma mortificante per il contenuto: alcuni finanziamenti passati sotto forma di aiuti al terzo mondo, attraverso sistemi finanziari, sono stati utilizzati per l’acquisto di armi o per scopi di rafforzamento governativo locale. Non è raro trovare tra i conti dell’ONU che spese di ordine militare siano ritenute e catalogate quali aiuti alle popolazioni.

Il Microcredito ha avuto la sua spinta iniziale lentamente in Bangladesh, nel villaggio di Jobra.

Muhammad Yunus, economista e banchiere bengalese, fu l’ideatore e realizzatore del Microcredito Moderno, ovvero un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali che definì il credito, ovvero i prestiti bancari in questo modo:

Il Credito nella Finanza e nella Banca dovrebbe rappresentare la Democrazia Economica
Il Credito, in tutte le sue forme è un diritto umano, quindi un’attività di promozione umana, sociale ed ambientale, i cui interventi dovranno essere valutati con il duplice criterio della vitalità economica e dell’utilità sociale.

Se a quanto asserito prima, leggiamo l’Art. 41 della nostra Costituzione, che recita:

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

E dato che noi non vogliamo farci mancare nulla, ci aggiungiamo quanto previsto dall’Art.47 della nostra Costituzione:

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

Quindi, dalla lettura delle dichiarazioni di Muhammad Yunus e degli articoli della nostra Costituzione, ci rendiamo conto, che la realtà odierna è molto lontana da tutto ciò.

Il Microcredito: un valido strumento per far sviluppare  l’imprenditorialità e combattere la povertà 

 Sistemi di erogazione di prestiti a favore delle popolazioni indigenti sono esistiti in varie forme in Asia da migliaia di anni . In Europa, i monaci francescani formarono i Monti della Pietà nel 15 ° secolo per sostenere  le popolazioni più povere nella vita della comunità . La prima iniziativa in era moderna è stata rappresentata dalla cooperativa di risparmio e prestito aperta nel 1879 nella Renania tedesca . Fu il primo istituto finanziario mutualistico, che ha servito le popolazioni lavoratrici, dando loro accesso al credito. Lo stesso principio mutualistico continuò a prosperare in Europa per tutto il XX secolo. 

Successivamente, questi modelli di inclusione finanziaria, si sono rivelati insufficienti per arginare l’ondata di povertà in quello che era ancora noto come il “Terzo mondo”.

La microfinanza moderna, paradossalmente,  è emersa in uno dei paesi più poveri del mondo: il Bangladesh . Muhammad Yunus , un professore di economia, concepì la formidabile idea attraverso l’ osservazione che il libero mercato non era riuscito a impedire la carestia di devastare il suo paese. Lo sforzo per combattere la povertà, compresi aiuti e sussidi, non stava raggiungendo il suo obiettivo e il sistema bancario non era in grado di provvedere a queste povere popolazioni.  

Rappresentazione del Microcredito
Rappresentazione del Microcredito

Nel villaggio di JobraYunus decise di concedere un prestito personale a un gruppo di 42 donne per sostenerle ad avviare un’attività . Il risultato fu sbalorditivo: queste donne produttrici di sgabelli di bambù hanno approfittato del prestito per aumentare la loro produttività, prima di rimborsare la somma nella sua interezza. Questa prima iniziativa, può essere ritenuta uella fece partire su base della moderna la microfinanza: combattere la povertà attraverso il microcredito e servire principalmente le donne nei paesi emergenti. Se vogliamo un sistema semplice in cui basterebbe una semplice legge dello stato che prevedesse e imponesse al sistema bancario di investire una certa parte delle liquidità disponibili nella forma del Microcredito. Attualmente questa proposta è stata protollato nell’ambito dell’Utopia.

Quello che è successo a Jobra avrebbe potuto rimanere un incidente isolato. Ma Muhammad Yunus era determinato a replicare questa prima esperienza di microcredito altrove. Dopo aver ricevuto un’accoglienza tiepida dal sistema bancario, ha deciso di creare il suo programma: Grameen. Il sistema Grameen ha posto in essere una certa inversione operativa alle tradizionali attività bancarie: Offrire  piccoli prestiti alle popolazioni povere, senza garanzie finanziarie richieste in cambio . Ha inoltre introdotto il principio della responsabilità comune , che prevede la solidarietà tra i membri dei gruppi beneficiari . Infine, il programma ha preso di mira le donne, che erano state tradizionalmente escluse dal sistema finanziario. Sebbene fosse una scommessa audace, il programma ebbe un certo successo . 

Nel 1983, al programma denominato Microcredito fu riconosciuto lo status di “istituto bancario” . Nacque così la Grameen Bank (nota come la “Banca dei poveri”) che avrebbe presto registrato una crescita straordinaria . La banca ha aperto molte nuove ” filiali “, che sono ora presenti in oltre 80.000 villaggi . Le stime indicano che la banca ha esteso l’accesso al credito a oltre sette milioni di beneficiari  in Bangladesh, il 97% dei quali sono donne . 

Gli anni ’80 e ’90 hanno visto il modello esportato in tutto il mondo attraverso gli intermediari di ONG e istituzioni finanziarie. Presto è emersa un’industria di microfinanza a pieno titolo nei paesi in via di sviluppo . Molte altre istituzioni hanno progressivamente ampliato la rete globale di microfinanza: decine di istituzioni di microfinanza hanno aperto negozi in India; BancoSol e la rete ACCION sono stati aperti in Sud America e ADIE ha iniziato a operare in Europa e nel bacino del Mediterraneo.  

L’inizio del 21 ° secolo ha segnato l’ascesa internazionale del microcredito. Mentre il primo vertice sul microcredito si è tenuto a Washington nel 1997 , il G8 ha delineato i principi della microfinanza nel 2004, tracciando i contorni di un nuovo settore economico . L’ ONU ha nominato il 2005 ” Anno internazionale del microcredito ” e Muhammad Yunus gli fu assegnato il premio Nobel per la pace nel 2006

Le critiche alla microfinanza iniziarono a emergere negli anni 2000. Le prime crepe sono apparse nel 2007 con lo scandalo Compartamos. Fondata nei primi anni ’90 per concedere prestiti a donne messicane povere che vivono al di fuori delle aree urbane, questa ex organizzazione operante nel Microcredito, valutata quasi due miliardi di dollari, ha ricevuto una raffica di critiche tra cui: alti tassi di interesse e prestiti al consumo, intimidazione dei creditori, mancanza di trasparenza e attenzione ai profitti rispetto ai suoi obiettivi sociali.

Nel 2010, un’ondata di proteste ha interessato anche l’Andhra Pradesh, una delle prime regioni dell’India ad aver adottato il sistema di microfinanza. In seguito a una serie di suicidi tra i mutuatari e all’aumento della pressione da parte degli agenti di credito, i mutuatari si sono ribellati al sistema di microfinanza, che all’epoca era colpito da un’ondata di critiche da tutto il mondo. Il principale istituto di microfinanza indiano, Swayam Krishi Sangam (SKS), ha visto il suo tasso di insolvenza sui prestiti dall’1% a oltre l’80%.

Per questi motivi, i contorni della microfinanza sono cambiati negli ultimi anni. La gestione delle IFM è sempre più regolata dallo sviluppo e dalla standardizzazione degli indicatori di prestazione e di impatto. Anche le istituzioni finanziarie tradizionali hanno iniziato a sostenere le IFM per garantire il futuro duraturo del modello di microfinanza. 

E’ qui che s’innesta una aspetto critico, in quanto l’interesse del sistema bancario tradizione nel Microcredito è stato finalizzato al proprio interesse, condizionando le modalità di erogazione e allontanando i potenziali percettori, in quanto vedono nella banca tradizionale il ritorno al passato.

I paesi sviluppati stanno inoltre gradualmente adottando gli strumenti della microfinanza all’interno delle proprie economie. Ad esempio, BNL (sussidiaria di BNP PARIBAS in Italia) e PerMicro , la principale istituzione di microfinanza in Italia, hanno recentemente collaborato per affrontare l’economia italiana. NN Paribas supporta anche microimprenditori e micro-startup attraverso Créajeunes , un programma sviluppato da ADIE per incoraggiare i giovani persone tra 18 e 32 anni per avviare un’attività.  

Infine, l’espansione del microcredito ad altri prodotti e servizi finanziari (come il risparmio o l’assicurazione) tende a rafforzare la redditività e la vocazione sociale dei servizi di microfinanza. Il concetto di finanza inclusiva si riferisce a questo nuovo equilibrio che dicono, dovrebbe rappresentare un circolo economico virtuoso. Il mio scetticismo resta sempre profondo.

La finanza inclusiva si basa anche sulle nuove tecnologie per consentire alle popolazioni più povere l’accesso ai servizi finanziari. In Kenya, il trasferimento di denaro tramite SMS ha permesso a quasi 200.000 famiglie di sfuggire alla povertà estrema . La digitalizzazione dei servizi finanziari rappresenta anche un potenziale aumento del PIL di 3,7 trilioni di dollari per i paesi emergenti entro il 2025 .  

Dalle sue origini in un villaggio del Bangladesh, la microfinanza ha già lasciato il segno negli ultimi 40 anni di storia economica. Nel 2014, secondo il barometro della microfinanza, 1.045 istituti di microfinanza hanno servito un totale complessivo di 111,7 milioni di clienti . Il numero di mutuatari è triplicato tra il 2013 e il 2014. La quantità totale di microcrediti emessi in tutto il mondo è salita a $ 87,1 miliardi di dollari , con un aumento di oltre il 12,6% rispetto all’anno precedente . Questa forma di finanza etica e responsabile, al servizio delle imprese, ha già gettato le basi per superare le immense sfide future: soddisfare le esigenze di 500 milioni di persone in attesa di finanziamenti e lottare contro l’esclusione economica di 700 milioni di persone che vivono ancora in condizioni di estrema povertà

Il Microcredito cerca di fare la sua strada e aprire breccie nel sottobosco delle povertà, ma diciamocelo onestamente, tutto quello anzidetto, in merito al suo sviluppo è solo una goccia nell’oceano dell’egoismo finanziario mondiale. Se a questo ci aggiungiamo che dopo l’11 settembre la stragrande maggioranza degli stati occidentali hanno ridotto se non del tutto annullato la loro quota di partecipazione agli aiuti per il terzo mondo, ci si rende conto che dopo 20 anni dall’ingresso del terzo millennio, la situazione economica e sociale di una popolazione mondiale avvalorato su oltre due miliardi di persone, vive peggio della fine del XX secolo.

L’ONU ha posto in essere il solito gioco delle tre carte. Ha dichiarato che sino al 2015 ben 883 milioni di persone al mondo sono passate da un reddito di meno di un dollaro al giorno a più di uno, dimenticando di indicare che oltre 1 miliardo e 800 milioni di persone che erano al di sora dei due dollari al giorno, sono scesi sotto i due dollari. Quindi a conti fatti, complessivamente queste popolazioni, interessate da povertà e sottosviluppo, si sono ulteriormente impoverite, mentre le grandi lobbie della finanza hanno macroscopicamente accresciuto i loro utili. La finanza, appoggiata dalla politica sa usare bene le parole per descrivere ed enfatizzare risultati di grande utilità sociale, ma se ne guarda bene, poi, di analizzare pubblicamente i suoi introiti.

La regola ferrea della finanza che non ha mai regalato nulla a nessuno, con il microcredito aveva tentato di darsi una dimensione etica migliore, ma è mio parere che non ci sia riuscita.

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#Teniamocipervoce. La luce dell’incontro con l’Altro a distanza ai tempi del Coronavirus https://www.apsec-lecce.org/teniamocipervoce-la-luce-dellincontro-con-laltro-a-distanza-ai-tempi-del-coronavirus/ https://www.apsec-lecce.org/teniamocipervoce-la-luce-dellincontro-con-laltro-a-distanza-ai-tempi-del-coronavirus/#respond Thu, 25 Jun 2020 09:02:00 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2821 Si tratta progetto della “JUST4JESUS – Percorsi di Promozione alla vita” ideato dalla direttrice artistica Tyna...

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Si tratta progetto della “JUST4JESUS – Percorsi di Promozione alla vita” ideato dalla direttrice artistica Tyna Maria, con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Lecce e vari partner. Un video e un brano inedito della “JUST4JESUS”, composto da Tyna Maria, un messaggio di solidarietà e fratellanza nato nell’aprile 2020, durante il periodo della quarantena imposta dal Covid-19: tutto questo è “#Teniamocipervoce”, suggestiva interpretazione di “teniamoci per mano”, impedito dal distanziamento sociale.

“Teniamoci”, per creare una rete che annulli le distanze; “per voce” perché la voce, strumento per eccellenza, non è materia, non occupa spazio, si diffonde nell’aria, dà voce al tempo; nell’unione con altre crea armonia, canta l’incontro, la relazione tra gli uomini che è la sostanza della loro umanità.

Il brano “#Teniamocipervoce”, disponibile dal 25 giugno in tutti gli store on line, è il risultato degli incontri in diretta sul canale ufficiale YouTube di Tyna Maria & Just Community, dove l’artista che sa parlare all’anima ha condotto un Laboratorio di Scrittura creativa e Coralità Emozionale, secondo il modello Formativo Praise Voice, da lei stessa ideato,  nell’ambito del  progetto LP ( Life- deep leraning Plan) Choral Experience) della Just.

“Anche noi – spiega Tyna Maria con il suo contagioso carisma di condivisione spirituale – in questo tempo forzato abbiamo dovuto riprogrammare la nostra vocazione a dare voce al vissuto emotivo delle persone, in particolare bambini, anziani, i dimenticati, che la Just incontra dal 1993, ed essere balsamo alla sofferenza elaborandola attraverso il linguaggio delle arti, della musica (…)”.

Il Messaggio di Tyna: “Non è mai troppo distante l’umanità quando si cerca (…) il “Dio fatto uomo” 

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Animali e piante magiche del Salento https://www.apsec-lecce.org/animali-e-piante-magiche-del-salento/ https://www.apsec-lecce.org/animali-e-piante-magiche-del-salento/#respond Wed, 24 Jun 2020 11:28:12 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=2793 Di Maurizio Nocera. Essenzialmente questa comunicazione si fonda sulle informazioni avute da Giovanni Giancane (noto...

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Di Maurizio Nocera. Essenzialmente questa comunicazione si fonda sulle informazioni avute da Giovanni Giancane (noto agricoltore artista di Monteroni, di circa 65 anni), Noè Ruggeri (quando intervistato, nel 2013, aveva 96 anni)  e Antonio Camassa (quando intervistato aveva 83 anni).

Giancane, lo conosco da molti anni, ed è colui che mi ha dato e continua a darmi le sue informazioni botaniche sulla base della sua esperienza sul campo; così pure Camassa; un po’ di problemi mi sorgono sempre con Noè, perché non vuole che si sappia in giro che lui conosce queste sue vecchie storie. E questo nonostante che, con suo nome e cognome, io gli abbia digitalizzato tutta la sua narrazione, di oltre un centinaio di pagine Mi ha comunque autorizzato a divulgare quanto da anni mi ha raccontato. Tuttavia, per quanto mi riguarda e per onestà intellettuale, non posso qui evitare i nostri lunghi incontri.

Nell’ultimo incontro avuto con lui, Noè mi ha nuovamente ripetuto la storia del cane che compare e scompare.

Tale avvenimento gli è accaduto quand’egli era ancora giovane: una notte (ma l’evento si è verificato più volte), nel ritornare al suo paesello da un paese vicino andava riflettendo sulle visioni strane, misteriose e inspiegabili, quando si vide accanto

            «un cane che per un momento gli apparve davanti poi, improvvisamente, se lo sentì subito alle spalle. Tutto cessò in un determinato punto della strada».

Questo fenomeno gli accadde sempre su quella stessa strada, tanto da farlo rimanere turbato per diverso tempo.

L’altro racconto di Noè riguarda un giovane commerciante di attrezzi agricoli, che una notte tardò a rientrare a casa. Alcuni suoi amici, conoscendo le sue abitudini, lo andarono a cercare sulla strada che portava al paese. A un quadrivio lo trovarono steso per terra. Lo toccarono, lo chiamarono, ma egli non diede segni di vita, anche se si accorsero che respirava. Di piccola statura com’era, non fu faticoso trasportarlo a casa. Illuminato da più lumi a petrolio dalle donne, le stesse, guardandolo, emisero un urlo. Il suo corpo era ricoperto di piccole, medie e grosse verruche tondeggianti che facevano orrore. Chiamato d’urgenza, e in piena notte, il medico asserì che doveva trattarsi di un forte spavento, che in alcuni casi imbianca repentinamente i capelli, oppure può accadere proprio quello che era accaduto al giovane. Dopo quattro giorni d’incoscienza, il malcapitato riprese la parola, anche se con difficoltà; tuttavia si fece sufficientemente capire. Raccontò che sulla strada del ritorno, aveva sentito dei fruscii sotto un grande albero di noce. Là per là non diede importanza. Pensò che si trattasse di animali come volpi, lepri, oppure cani. Ma, non aveva fatto una ventina di passi, quando udii alle sue spalle un sibilo acuto. Si voltò e non vide nulla. Accelerò un po’ l’andatura, temendo per la somma di denaro che aveva in tasca. Ancora dopo un certo tempo e dopo un nuovo sibilo, ancora più prolungato del primo, percepì dietro di sé una specie di ombra. Si voltò di scatto e vide la sagoma di un uomo non molto lontano. Allora gridò con voce forte e decisa:

            «Non mi fai paura, ho con me il coltello e la falce. Se ti avvicini con un solo colpo ti stacco la testa!».

Questo fatto avvenne nelle vicinanze della grotta di san Giovanni a Giuggianello (Noè è devoto di questo santo). Continuò a camminare più svelto possibile, però, nuovamente sentì la voce che gli chiedeva:

            «Mi accendi questo sigaro?».

Si fermò e gli rispose:

            «No, io non fumo!».

Intanto l’ombra gli si era avvicinata ad una distanza di non più di tre metri. Cercò di guardarlo negli occhi, ma si accorse che non aveva pelle, né carne, né occhi. Era fatto di sole ossa e tra i denti stringeva una candela spenta. Allora le palpebre del giovane si chiusero e si riaprirono repentinamente più volte davanti a un qualcosa di incredibile: quell’ombra, che poi era come uno scheletro, non aveva un vero e proprio corpo. Si spaventò molto e da quel momento in poi non ricordò più nulla, perché svenne. A questo punto del racconto Noè mi chiede:

            «È mai possibile che una persona normale si mascheri in quel modo per far paura ad un povero giovane stanco e affamato? ».

Noè mi racconta poi di una donna che, si diceva, avesse il potere, mediante un’arte magica, di trasformarsi in gatto. Il fatto strano accadde quella volta che una signora doveva partorire in casa propria, senza tagli cesarei, senza cliniche e medici specializzati in ginecologia. Tutto si approntava qualche giorno prima del lieto evento: panni di lino, una lunga fascia di tela, un catino con una saponetta, una pentola piena d’acqua da intiepidire al momento in cui c’era bisogno dell’assistenza della mammana, cioè la levatrice, o ostetrica che, all’epoca, per tutti noi era la comare. La mammana era una persona amata, rispettata e temuta nei paesi del Salento, soprattutto in quelli del Capo di Leuca. Di solito si trattava di una donna senza alcuna erudizione o titolo in materia d’ostetricia. Si trattava solo di una donna pratica, tanto da essere considerata come Levana, la dèa protettrice dei neonati. Era temuta perché il destino di vita o di morte di un neonato stava proprio nelle sue mani nel momento in cui veniva al mondo. Di solito questa donna s’insuperbiva fino a tal punto che la gente per abbonirla non mancava di elargirle delicatezze particolari, come primizie di ortaggi e frutta, ricotta e formaggi, uova, ecc.

La mammana di cui parla Noè proveniva da un paese lontano. Era una donna alta, robusta e anche belloccia. Di lei si diceva che era stata espulsa dal suo paese natio perché avrebbe venduto bambini in modo clandestino. Non era sposata. All’inizio si mostrò disponibile e premurosa nel dare consigli alle puerpere ma, man mano che passarono i giorni e i mesi, ella divenne sempre più scontrosa. Era soprattutto avida di denaro. Per lei era veramente difficile sentire il tintinnio delle monete nelle tasche della gente. A quel tempo, la vita era abbastanza dura ed anche tanto difficile. Per ogni assistenza al parto, la mammana pretendeva esose regalie, sempre in denaro, allora non sempre disponibile nelle tasche della povera gente.

Molti s’indebitavano per soddisfare le sue pretese pur di non sentirla brontolare, spesso con frasi poco ortodosse ai riguardi in particolare della puerpera per non aver collaborato a sufficienza nel momento del parto, umiliandola e attribuendole la probabile morte del nascituro se questo, per disgrazia, moriva. Quello suo era un metodo per darsi meriti e importanza. Tutto questo non avveniva quando la famiglia elargiva in modo abbondante, soddisfacendo così le brame dell’avida donna. Col passare del tempo divenne sempre più cattiva. Alcuni giorni spariva dal paese e, dato che aveva dimora in piazza, in una piccola stanzetta alla quale si accedeva da una scala a cielo aperto direttamente dalla strada, non era difficile controllarne la presenza. Si parlava di incontri notturni con persone sospette di satanismo, e che lei stessa avesse poteri sovrannaturali. Spesso accadeva che, dopo il parto, le cure e l’igiene del neonato erano di sua competenza, dato che la puerpera rimaneva coricata per qualche giorno. Tale servizio veniva fatto quasi sempre di sera in modo che il bambino fasciato riposasse pulito per tutta la notte vicino alla madre.

Per questo lavoro, la mammana riceveva un compenso in denaro. Tutti sapevano che qualora non fosse stata ricompensata, la sera dopo, la perfida provocava tormenti al piccolo mediante polveri irritanti che non davano pace né al piccolo né ai familiari.

Racconta Noè che due giovani genitori, tra tante difficoltà economiche, realizzarono il loro sogno di mettere su famiglia. In meno di un anno nacque un bel bambino che fu la gioia della casa. Il padre, giovane vigoroso, non riusciva però a trovare lavoro ed era sempre furibondo. Erano tante le ristrettezze economiche da sentirsi in colpa del mancato compenso di cinque lire che comunemente veniva dato come regalo alla mammana dopo il parto. A nulla valsero le sollecitudini della moglie di cercare un prestito per soddisfare la donna. Ma il giovane fece orecchio da mercante. Non era nella sue intenzioni indebitarsi per compensare la mammana, che già percepiva un’indennità, sia pure piccola, dal Comune. Sin dal secondo giorno dalla nascita il bimbo, a una certa ora della sera, il piccolo si scatenava in atroci vagiti senza motivo: era stato lavato e ben nutrito, per cui non si capiva la causa della sua sofferenza. Il padre amoroso nei confronti della mammana non aveva animo di andare a chiamare la mammana. A furia di pensare sull’incomprensibile fatto che si verificava quasi sempre nella stessa ora della sera, precisamente quando attraverso la gattaiola (buco praticato nella parte bassa delle porte per permettere la libera entrata e uscita dei gatti) entrava in casa un gatto mai visto prima.

Dopo questo evento, il bimbo incominciava a disperarsi e piangere a dirotto. Sulle prime i genitori non fecero caso al fatto, dato che i gatti entravano e uscivano liberamente da tutte le porte delle case. Però, ad un certo punto della storia, vollero prestare maggiore attenzione. Così, una sera, a una certa ora, apparve lo stesso gatto; appena si introdusse, contemporaneamente il piccolo si mise a strillare. Tutto tornava tranquillo solo quando l’animale se ne usciva. Decisero di verificare e accertare il fenomeno ancora per un’altra sera. Ogni dubbio fu dissipato quando costatarono che la presenza di quel gatto in quella casa provocava misteriosamente il disturbo al piccolo.

Marito e moglie si consigliarono vicendevolmente e stabilirono un piano d’azione. Seduti e armati di randelli, attesero pazientemente quella data ora della sera. Nell’assoluto silenzio, anche il piccolo dormiva, tutto era tranquillo, ed ecco che fa capolino, dal buco della gattaiola, il solito gatto. Appena introdotto in casa, il bimbo si sveglia e si mette a strillare come non mai. Il marito, come stabilito nel piano d’azione, tappò il buco dell’uscio con un sacco, accentuarono il volume della luce dei lumi a petrolio, e giù colpi di bastone sul gatto più volte, sino a quando non lo videro che non si reggeva più in piedi, solo allora aprirono la gattaiola e il gatto, abbastanza malconcio, se andò. Una volta sparito l’animale, tornò la quiete. Al giovane padre nacque un dubbio. Senza esitare un attimo e non ascoltando i richiami della moglie, uscì e, a passo svelto, si recò a casa della mammana. Salì le scale, bussò alla porta. Una flebile voce si fece sentire:

            «Chi è?».

            «Comare sono io, le chiedo per favore se può venire a vedere mio figlio che si distrugge di pianti!».

            «Compare non posso venire, sono caduta dalle scale e mi sono fatta tanto male. Ma tu torna a casa perché il bimbo ora dorme».

Il gatto non si fece più vedere e il piccolo crebbe giorno dopo giorno in bellezza senza incubi e disturbi di alcun genere. Rivolto a me, la conclusione di Noè fu:

            «Ma può una donna, invasa di satanismo, trasformarsi in gatto?».

Il terzo racconto che il grande vecchio salentino mi propose di ascoltare riguarda una donna che sapeva preparare la Cantaridina (Fig.1). Sicuramente, secondo lui, doveva

            «trattarsi di credenze dovute soprattutto a quel continuo raccontare di cose assolutamente fantasiose, ma che alla fine trovavano sempre degli assertori pronti e disposti a dimostrare con i fatti che alcuni accadimenti avvenivano veramente, anche se inspiegabili».

Fig. 1 – Cantaridina Officinale

Questa donna, che passava per essere una strega, si diceva che fosse in contatto con gli spiriti infernali. Si diceva pure che fosse in grado di compiere atti di magia, fatture, malocchi, filtri, iatture.

            «Era magrissima, dagli occhi rossi e tracomatosi, dai lunghi capelli sciolti e arruffati che scendevano sulle spalle come corde. Vestiva sempre di nero con una gonna ampia e lunga. Quando passava per le vie del paese tutti evitavano d’incontrare il suo sguardo, toccando possibilmente ferro. Lei se ne accorgeva di questi atteggiamenti e lanciava, in un linguaggio incomprensibile, anatemi e imprecazioni malefiche. Una volta accadde un fatto strano a un uomo che era in groppa a un cavallo. Passandole vicino, l’uomo ebbe a dire “Scostati!”; e lei, voltandosi di scatto e allungando le braccia, rispose: “Che tu possa buttare il sangue!”. Dopo appena venti metri un gatto nero attraversò quella strada, il cavallo s’imbizzarrì e il povero uomo stramazzò a terra lasciando veramente una macchia di sangue fuoriuscitagli da una ferita al braccio. Molti paesani erano presenti all’accaduto e per molti anni raccontarono tale avvenimento a figli e nipoti. Il marito della donna raccontava spesso come la moglie si dedicava alla preparazione di intrugli e bevande afrodisiache e deleterie secondo le commissioni e l’uso da farne. Raccontava pure che durante i mesi estivi, questa donna beveva un liquido che lei stessa preparava, composto di polvere di Cantaridina e di fiori di Ranuncoli gialli (Fig.2) mescolati al latte di capra di prima figliata. Un giorno, il buon uomo vide la moglie sollevarsi da terra, mentre con le mani unte di quella stessa sostanza si strofinava sotto le ascelle dicendo:

            «Satanino, satanone/ fammi volare come un piccione./ In virtù di questo unguento/ fammi trovare/ sotto il noce del palmento».

Fig. 2 – Ranuncolo giallo

Di questi racconti Noè ne conosce molti altri, ma qui mi fermo di raccontare, perché sono giunto al punto che riguarda quanto un tempo accadeva in Salento.

La cantaridina

La Cantaride (Lytta vesicatoria) è un insetto coleottero della famiglia dei vescicanti, di forma oblunga quasi cilindrica, di un verde dorato lucente con riflessi azzurri. Molto comune nelle campagne del Salento, perché il territorio abbonda di ulivi, sulle cui foglie vive (anche sulle foglie della Fillirea (Fig.3), il cui nome scientifico è Lillatro), un arbusto molto simile all’ulivo, che produce olivette, e che Giovanni Giancane raccoglie e spreme per fare un olio particolare con proprietà officinali. La Cantaride, volando, emette un ronzio ultrasonico udibile però dall’orecchio umano. Tali insetti, se disseccati e polverizzati, danno la Cantaridina, sostanza che, se ingerita in infuso o sniffata dalla narici, dà effetti afrodisiaci e allucinatori. 

Fig. 3 – Fillirea

La polvere della Cantaride è bruno-verdastra ed è oltremodo irritante. La si ottiene per macinazione del corpo essiccato degli insetti adulti, e contiene dallo 0,2 all’0,8% di un principio attivo (appunto la Cantaridina). In farmacia viene usata nel trattamento dermatologico delle verruche, ma trova pure rimedio come antiflogistico e antirabbico; tuttavia qui a noi interessa come sostanza che nell’antico Salento, alcune persone se ne servivano come sostanza afrodisiaca. Il suo principio attivo irrita il rivestimento della vescica e dell’uretra, provocando così casi di priapismo con erezione persistente. È una sostanza pericolosa perché, se miscelata con la stricnina, oppure con l’alcool, o la cocaina, o la marijuana, può provocare seri danni al consumatore. L’effetto principale della Cantaridina, in particolare quella granulare, è quello di stimolare il sistema nervoso centrale in modo da deprimerlo, eliminando così le inibizioni e suscitando un effetto psichico di forte desiderio sessuale. I suoi effetti priapeschi sono molto più potenti dello stesso viagra. Anticamente veniva usata per stimolare l’entrata in calore delle giumente. Un esempio letterario dell’uso della Cantaridina è quello accaduto

            «il 27 giugno 1772, quando il cameriere Latour fermò per strada la diciottenne prostituta Marianne Laverne, che gli combinò intricati incontri con altre donne i cui nomi sono: Mariette Borelly, Marianette Lauguier, Rose Coste e Marguerite Coste. Questi incontri orgiastici sono noti nel mondo letterario perché descrivono scene erotico-masochistico fino ad arrivare alla fustigazione. Durante tali incontri si faceva uso di pillole alla Cantaridina, che avevano uno scopo apparentemente innocente, ma alle “pazienti” apparve invece come un tentativo di avvelenamento. Dopo gli amplessi, la mattina del 28, le donne si svegliarono piuttosto scombussolate, senza ricordare più nulla della sera precedente, in compenso però provarono un inspiegabile bisogno di scappare in bagno: riflesso peristaltico, memoria ancestrale, riflusso ipnagogico?». (v. Vita di De Sade).

Il Ranuncolo giallo (Fig.4) è una pianta erbacea con fiori gialli lucenti, molto comune un po’ dappertutto. In Salento fiorisce soprattutto nella prima parte della primavera. Non è commestibile dagli animali erbivori e men che meno dagli uomini. Già gli antichi Greci, soprattutto gli ierofanti del tempio di Eleusi, conoscevano gli effetti del fiore giallo, e sapevano della sua tossicità anche se ingerito in piccole quantità. Se la quantità non la si spaeva misurare c’era il rischio di morire. I fiori, seccati e polverizzati, e abbinati ad altre sostanze commestibili, producono alterazioni psichiche di tipo allucinogeno. A Eleusi (40 km da Atena), durante i riti a Demetra e Persefone, molto probabilmente furono usati anche i fiori del Ranuncolo giallo, ovviamente in aggiunta ai funghi parassiti dell’orzo. In sostanza si trattava di riti che inducevano le allucinazioni in uno stato psichedelico.

Fig.4 – Ranuncolo Giallo

Chi, nell’ottobre del 1977, ha dimostrato tale processo psichico sono stati tre scienziati, Wasson, Hofmann e Ruck. La scoperta fu rivelata nel corso della Seconda Conferenza Internazionale sui Funghi Allucinogeni (Fort Worden, 27-30 ottobre), dove gli autori affermarono che si poteva capire quel che accadeva nel tempio di Demetra ad Eleusi attraverso l’ipotesi lisergica [Lisergico (li-sèr-gi-co) è un aggettivo di un alcoloide velenoso, il cui significato, in chimica, si riferisce all’acido lisergico, estratto dal fungo Segale cornuta, il cui derivato di sintesi è comunemente noto come LSD (dietilamide dell’acido lisergico scoperto dallo scienziato chimico svizzero Albert Hofmann). È ormai nota o quanto meno si suppone che sia questa la pozione, il cosiddetto Kykeon, cioè la sacra bevanda di Demetra, a base di vino e Mentuccia selvatica (Fig.5) o Nepitella (Calamintha nepeta)] e di Lolium Temulentum (Fig.6) (Loglio ubriacante),  altrimenti chiamato Segale selvatica [o cornuta], o Loglio, e nella Bibbia compare come Zizzania (vale a dire sempre Loglio ubriacante). Quest’erba (parassita delle graminacee) è spesso infestata da un fungo (si tratta del micelio fungino che invade la pianta durante il suo sviluppo), denominato Claviceps purpurea o Ergot, una degenerazione rossastra a cui l’orzo è particolarmente soggetto.

Fig. 5 Mentuccia Selvatica
Fig.6 – Lolium

Sin dai tempi antichi si sa quanto sia allucinogena la Claviceps purpurea, ancor più esaltata se miscelata con particolari tipi di vino e con la Mentuccia selvatica, ampiamente presente nelle campagne salentine. Ho esperienza diretta di un caso di intossicazione di un infuso bollito di vino rosso Negroamaro con Mentuccia selvatica. La persona che si sottopose a queste dosi d’infuso nella speranza di alleviare una resistente bronchite estiva finì in ospedale con l’essere disintossicato. 

Noè, oltre alla Cantaridina, ai fiori di Ranuncoli gialli, alla Segale cornuta (Fig.7) e alla Mentuccia selvatica, mi ha parlato anche di una pianta che nel suo dialetto viene chiamata Murgighina, e che, secondo me, fatti i dovuti riscontri, dovrebbe trattarsi della Migliarina a quattro foglie (Fig.8) (Polycarpon tetraphyllum), altrimenti chiamata, sempre in dialetto salentino Brucacchia . Questa è una pianta commestibile per i salentini, che possono prepararla o in insalata oppure lessa.


Fig.7 – Segale cornuta
Fig.8 – Migliarina a quattro foglie

Di essa, però, gli stessi contadini (non molti per la verità) si cibano solo quando ancora non ha raggiunto lo stadio dell’infiorescenza. In tale stadio la pianta produce un’enorme quantità di semini neri, di cui sono ghiotti alcuni uccelli. I vecchi contadini del Salento avvisano sempre chi non conosce i poteri tossici di questi semini di non cibarsi per non andare incontro a difficoltà motorie e a sonnolenza.

Dal contadino artista Giovanni Giancane, invece, ho appreso l’uso che egli fa delle erbe. Per anni ha curato la propria madre con dosi di clorofilla, il cui succo egli estrae da differenti erbe. Da lui ho appreso anche l’uso della Borragine officinalis (Fig.9), le cui foglie e i fiori li usa come base per frittate e per erbe bollite.Fin dall’antichità la pianta ha fama di svegliare gli spiriti vitali. Scrive Plinio:

            «Un decotto di borragine allontana la tristezza e dà gioia di vivere»).

Fig.9 – Borragine officinale

La pianta viene utilizzata per abbassare la febbre e calmare la tosse secca. È nota anche come diuretico ed emolliente (quest’ultima proprietà sarebbe dovuta alla presenza di Mucillagini). L’olio, ad alto contenuto di acido linolenico, ottenuto dai semi soprattutto per spremitura a freddo, è impiegato nel trattamento degli eczemi e di altre affezioni cutanee, per via delle spiccate proprietà antinfiammatorie. Attualmente, l’uso terapeutico in quantità rilevanti di foglie e fiori di Borragine allo stato crudo è sconsigliato, sia per l’insufficienza delle evidenze mediche, sia per il fatto che i petali e le foglie crude conterrebbero, in quantità non ancora ben definite, alcoloidi pirrolizidinici, a potenziale attività epatotossica e cancerogena.

La Murteddha (Mirto selvatico) (Fig.10) è una pianta tra le più antiche del Salento e caratterizza quella che viene indicata la macchia mediterranea. I contadini l’hanno sempre usata per differenti scopi, come, ad esempio, per aromatizzare cibi e liquori (il liquore di mirto è una specialità di questi luoghi, di cui i contadini si servivano soprattutto come pulitore dei denti al primo mattino), oppure come pianta scaccia insetti. Non sono pochi gli uccelli che si cibano delle sue bacche nere, mentre le api succhiano il nettare dei fiori bianchi. Qui, ci interessano le sue proprietà afrodisiache. Nell’antichità greca e magnogreca era una pianta divina. Al tempo della Grecia antica, ma anche dell’antica Roma, i poeti si cingevano il capo o di corone di alloro oppure di corone di mirto, soprattutto per via della carica del profumo. È nota la storia degli alchimisti medioevali che la consideravano l’«acqua degli angeli», corrispondente oggi all’“acqua di colonia” che, secondo l’uso popolare, grazie ai suoi profumi stimolava l’approccio sensuale.

Fig.10 – Mirto selvatico

Simile al Mirto è pure il Corbezzolo (Fig.11) (Arbutus unedo), anch’esso infestante e caratterizzante la macchia mediterranea.

Fig.11 – Corbezzolo

Un tempo di questa pianta si utilizzava tutto, vale a dire le foglie, i frutti, i fiori e le radici, tutti contenenti proprietà officinalis. Importanti sono le sostanze contenute nelle foglie, ricche di derivati fenolici e di tannini, sostanze essenziali a combattere non poche patologie, ma anche il frutto è importante per la presenza di differenti flavonoidi per il loro potere antiossidante. I contadini amano dire che questa pianta è di tipo ornamentale e si guardano bene dal raccogliere i suoi frutti rossi in quantità considerevoli perché, a loro dire, mangiarne una quantità superiore al dovuto significa andare incontro a forti difficoltà funzionali.

Nello stesso habitat del Corbezzolo vegeta pure il Lentisco (Fig.12) (Pistacia lentiscus), le cui foglie sono essenzialmente tanniche.

Fig.12 Lentisco

Mi dice Noè che i contadini salentini usavano molto la resina del lentisco, la cosiddetta Mastice, che estraevano dal fusto dell’albero incidendolo e facendo spurgare la resina. Già dai tempi antichi e classici (ancora oggi a Chio, l’isola greca dove si dice sia nato Omero, viene prodotto un liquore di lentisco, detto Mastika (Fig.13), nota come gomma da masticare per rinfrescare e tonificare le gengive, ma anche per rendere odoroso l’alito. A detta di Noè le streghe salentine (masciare) davano questa gomma da masticare alle donne che volevano conquistare un uomo e soprattutto se ne servivano quando si accingevano ad un rapporto sessuale.

Fig.13 – Mastika di Chios

Con i Corbezzoli e i Mirti, nella stessa specie di piante officinalis, ci sono anche gli Allori (Fig.14), i Viburni, le stesse Filliree, tutte cosiddette Sempreverdi, perché non sfogliano e per tutto l’anno conservano il verde delle foglie. Nel mondo contadino salentino sono state piante che hanno trovato il loro impiego sia come terapie terra terra sia come piante per uso estetico.    

Fig.14 – Alloro
Fig.15 – Viburno

Una pianta che invece io conosco da molto tempo è il Titimaglio (Fig.16) (Tithymalus) o Titimallo o, come diciamo noi in Salento Totomajo. Fa parte della famiglia delle Euforbie (in questo caso la Helioscopica).

Fig.16 – Titimaglio

Il primo contadino che mi fece conoscere questa pianta (una trentina d’anni fa), il cui lattice me lo strofinò sul palmo della mano fu Cosimo (Coco) cosiddetto Preno (agnome) di Uggiano La Chiesa. Il lattice della pianta è urticante, produce un formicolio ad intermittenza di lungo periodo. Gli effetti sono quelli di provocare un prurito erotico diffuso al livello della parte unta. Tuttavia va detto che il lattice bianco che fuoriesce spontaneo al taglio è tossico e il suo contatto può provocare irritazioni della pelle e delle mucose ed è particolarmente pericoloso per gli occhi. Secondo quanto mi raccontò Cosimo e secondo quanto successivamente mi ha confermato Noè, nei tempi andati, i salentini si servivano del lattice di questa pianta come stimolatore sessuale. Ovviamente non così crudamente appena estratto dalla piantina, ma tagliato e composto con altre sostanze (diluenti vari). Solo così il lattice “tagliato” e addolcito dava la possibilità, a chi se ne volesse servire, di spalmarlo sulle parti interessate. I suoi poteri afrodisiaci, inebrianti e allucinogeni, soprattutto quelli provenienti dalla radice polverizzata, aumentano se essa è mescolata e cotta con l’assenzio o comunque con altre sostante alcaloidi. Questo tipo di Titimaglio presente in Salento, ma che io ho visto essere presente un po’ ovunque in Europa, è meno presente nelle zone montuose, e non va confuso con quello estivo che cresce nei pressi dei vitigni, i cui effetti sono molto più deboli rispetto al primo.

In Wichipedia è possibile trovare anche un racconto che fa capire bene il potere delle virtù di questa pianta. Si racconta che alcuni

            «anni fa, si presentò al medico condotto di Mazzano Romano [Roma] un ragazzino intimidito, ma anche “specurito” [spaventato] per il gran dolore che accusava nelle parti basse.
Il medico tutto premuroso, ma anche allarmato, domandò che cosa fosse accaduto. Il ragazzino, tra mille esitazioni, rosso per la vergogna, si calò i calzoni e al medico apparve uno spettacolo che aveva dell’incredibile, tanto che il primo commento fu testualmente (come lo riferiscono) “mamma mia, ‘na mazza così nu l’agge vista mai!”.
Era successo che il nostro (che poi ebbe a ereditare un soprannome conseguente e confacente) era stato vittima di una di quelle burle a cui si veniva sottoposti da parte dei più grandi. Del tipo, “a rega’ si te voi fa’ cresce lo piscorello strofinece sopre lo detomaio”».

Questa storia si è accaduta anche a un giovane di Muro Leccese che, dopo avere usato male il Titimaglio, finì in ospedale sottoposto a massicce dosi di valium. Occorre tenere ben presente che il lattice di questa pianta non lo si può usare senza conoscerne le conseguenze. Un tempo – racconta Noè – c’erano delle donne che sapevano fare l’unguento di Titimaglio, per cui, così fatto e spalmato sulle parti erogene provocava semplicemente giusto quello che si desiderava senza produrre gonfiori sproporzionati.

Tutti i vecchi contadini, con i quali sono stato in contatto, tra questi cito Antonio Camassa e altri, mi hanno sempre indicato la Cicuta (Fig.17) (Conium maculatum) come la pianta infestante (fiorisce tra aprile e agosto) più pericolosa delle nostre campagne, appartenente alla famiglia delle Apiaceae del tipo ad ombrello bianco. Pericolosa perché grandemente tossica.

Fig.17 – Cicuta

Nota è la storia di Socrate (v. Fedone di Platone), che morì con un infuso di Cicuta e Datura (Datura stramonium), cosiddetta anche Erba del diavolo ed Erba delle streghe. Della Datura (Fig.18) c’è da dire che si tratta di una pianta velenosa a causa dell’elevata concentrazione di potenti alcoloidi (scopolamina e atropina), le cui proprietà inducono alla narcosi ed alle allucinazioni, mentre la Cicuta contiene un alcaloide velenosissimo, la Coniina, una neurotossina paralizzante. Bastano pochi milligrammi di Coniina, presente in tutte le parti della pianta, per avere effetti fisiologici devastanti. Ovviamente si tratta di una pianta officinale simile al curaro amazzonico ed ha un forte potere analgesico e stupefacente. Esiste in Salento una memoria attraverso cui si racconta che essa sia stata usata dai contadini locali, che solitamente usavano delle pozioni preparate dalle streghe (masciare).

Fig.18 – Datura

Secondo Noè è una pianta sempre temuta e, per fortuna, vegetando solo d’estate, cioè lontano dal tempo della raccolta delle erbe selvatiche che in Salento si usano raccogliere d’inverno per cibarsene. Quindi non c’è stato mai il rischio di raccoglierla inavvertitamente. Qui da noi in estate, salvo la Rucola (Fig.19), il Rosmarino (Fig.20), il Timo (Fig.21), l’Origano (Fig.22)e altre piante secche, tipiche della zona, non si usa raccogliere altre erbe selvatiche da mangiare.

Fig.19 – Rucola
Fig.20 – Rosmarino
Fig.21 – Timo
Fig.22 – Origano

Noè e Camassa mi hanno parlato pure dell’Oleandro (Fig.22) (Nerium oleander), un albero molto diffuso in Salento per scopi ornamentali. È pianta velenosissima, il cui alcoloide è l’Oleandrina, una tossina che provoca nausea, bruciore, disturbi sul sistema nervoso centrale, e in particolare narcosi allucinatoria.

Fig.22 – Oleandro

Tutti noi salentini siamo però molto ghiotti di Papaverina (Fig.23) (in dialetto Paparina), una pianta da non confondere con il Papavero da oppio, e neanche con la Papaverina citata nelle varie enciclopedie, che contiene un alcaloide dell’oppio usato principalmente come trattamento degli spasmi viscerali, ma anche nel trattamento della disfunzione erettile, nel senso che, usata topicamente, aiuta l’erettilità. La Papaverina di cui parlo io è quella parte della pianta del Papavero Rosso (Papaver rhoeas = Papavero dai petali cadenti), cosiddetto anche Erba della buonanotte o rosolaccio.

Fig.23 – Papaverina

L’erba che noi tutti conosciamo bene è quella che si raccoglie solo nei mesi invernali, quando ancora non sono spuntati i calici o boccioli del fiore. Mangiata di sera e innaffiata da abbondante vino rosso, intruglio che qui da noi veniva chiamato Papagna, favoriva l’addormentamento. In passato i contadini ne hanno fatto larghissimo uso. Anche oggi, d’inverno, il piatto di Papaverina (Paparina) fritta con olivette nere e peperoncino non manca quasi mai dalla mensa dei salentini.

Maurizio Nocera
Maurizio Nocera

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