A P S E C https://www.apsec-lecce.org Associazione per la Promozione della Scienza dell'Educazione e della Cultura O.d.V. Fri, 25 Sep 2020 13:40:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 https://www.apsec-lecce.org/wp-content/uploads/2019/07/cropped-5d29a33eab67e_image-32x32.jpg A P S E C https://www.apsec-lecce.org 32 32 Festa dei Santi Medici a Ugento dal 26 al 29 settembre https://www.apsec-lecce.org/festa-dei-santi-medici-a-ugento-dal-26-al-29-settembre/ https://www.apsec-lecce.org/festa-dei-santi-medici-a-ugento-dal-26-al-29-settembre/#respond Fri, 25 Sep 2020 13:36:02 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3732 Ci andremo il prossimo anno di Stefania Carofalo Ricordo con molto affetto due piccole statuette...

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Ci andremo il prossimo anno

di Stefania Carofalo

Ricordo con molto affetto due piccole statuette dei Santi Medici che mio padre aveva in officina, in mezzo alla polvere, vicino ai suoi attrezzi di lavoro. In un piccolo vaso l’omaggio dei fiori di campo: margherite, papaveri e alcune volte dei ramoscelli di pepe rosa.

Ho sempre nutrito molta simpatia per i due fratelli medici: dediti a curare le persone e gli animali con lo stesso rispetto.

Santi Cosma e Damiano. Immaginetta a colori
Santi Cosma e Damiano

A Ugento, in provincia di Lecce, si festeggiano i Santi Cosma e Damiano: sono loro i Santi Medici, sono molto amati e la festa attira i fedeli, che affidano loro le preghiere per conservare una buona salute o pregare per un famigliare bisognoso di cure.

La venerazione per i Santi Medici è arrivata in Italia dai greci e dai turchi che si erano stabiliti nel Salento.

Facciamo una breve storia della vita dei Santi Cosma e Damiano.

Nacquero nel III sec. d.C. ad Egea di nobili origini, orfani di padre e cresciuti ed educati alla fede cristiana dalla madre Teodota.

Studiano medicina in Siria e ben presto si dedicano alla cura degli ultimi: malati, poveri ed emarginati. Erano chiamati anàrgiri (dal greco anargyroi, che significa‘senza denaro’) perché rifiutavano le ricompense per non umiliare chi non poteva pagare.

I Santi Cosma e Damiano, martiri, si ritiene abbiano esercitato a Cirro nella provincia di Eufratesia, nell’odierna Turchia.

La loro fama crebbe fino a quando, nell’Impero Romano scoppiarono le persecuzioni di Diocleziano nei confronti dei cristiani, furono arrestati con l’accusa di osservare una fede vietata e di turbare l’ordine pubblico.

Testa scultorea di Diocleziano Imperatore Romano conservata presso il museo archeologico di Istanbul
Diocleziano Imperatore Romano conservata presso il museo archeologico di Istanbul (foto da internet illiminations-edu)

Quando il governatore della Cilicia, chiese loro di scegliere se rimanere della fede cristiana o di convertirsi al paganesimo. Essi risposero così:

“La scelta è fatta, siamo cristiani e come tali siamo pronti a morire. (…) Noi rispettiamo come gli altri le leggi civili, ma nessuna legge ci può costringere ad inchinarci ai vostri dei di fango; noi adoriamo il Dio vivo e ci inchiniamo a Gesù Cristo Salvatore”.

Licia, il governatore ordinò che fossero legati, flagellati e poi gettati in mare. La disperazione della gente era tanta, perché tanta era la riconoscenza per i medici.

Una volta gettati in mare, le onde li spinsero a riva e dopo numerosi tentativi di uccidere i due fratelli, a seguito di un lungo e tormentato martirio furono decapitati ad Egea.

Torniamo a Ugento: centro abitato di origine messapica e il suo nome, riportato su alcune monete del III secolo d.C. è Aozen(tum)/Ozan(tum), significa di terra di Zeus. Abitato dai Romani che in questi giorni iniziavano i preparativi per l’imbottatura del mosto, festeggiavano la dea Meditrina, (11 ottobre) divinità della medicina, della guarigione dei malati e del vino.

Rappresentazione della Meditrina altorilievo con donna seduta e contenitori su fornace e uomo sullo sfondo che sembra pigiare in un cesto
Rappresentazione dei giorni della Meditrina

Castore e Polluce, due gemelli, i Dioscuri, simbolo di prodigio, forza e coraggio, erano molto venerati ad Ugento e forse, con l’affermazione del Cristianesimo nell’Impero Romano, sostituiti dai due fratelli Cosma e Damiano.

Statue di Castore e Polluce
Castore e Polluce (da internet Wikipedia)

Il culto per i Santi Medici a Ugento ha antiche origini e le prime tracce sono presenti in un affresco cinquecentesco  della Madonna di Costantinopoli che è possibile ammirare nell’attuale Museo Archeologico ex convento Santa Maria della Pietà.

Le prime notizie del Santuario di Ugento risalgono al 1760 ed è tuttora luogo di devozione custodia di ex voto, per le numerose testimonianze di grazie ricevute per l’intercessione dai Santi Medici.

Santuario dei Santi Medici a Ugento
Santuario dei Santi Medici a Ugento (foto da internet Lupiae CC BY-SA 3.0)

A tutt’oggi l’organizzazione dei giorni di festa unisce e impegna gli ugentini per rendere omaggio ai santi con luminarie, spettacoli musicali e pirotecnici e fiera del bestiame.

I Santi Medici sono protettori  dei medici, chirurghi, farmacisti, parrucchieri, dentisti .

Il Culto dei Santi Cosma e Damiano è onorato in molti paesi salentini.

Notizie tratte dal web:

  • salentodascoprireblog
  • Matirologio Romano
  • parrocchiapapanice
  • romanoimpero

Per ricordare l’aria di festa in un video.

Video da internet Youtube
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Museo Diffuso a Cavallino (Le) https://www.apsec-lecce.org/museo-diffuso-a-cavallino-le/ https://www.apsec-lecce.org/museo-diffuso-a-cavallino-le/#respond Wed, 23 Sep 2020 12:32:22 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3440 Di Stefania Carofalo Il grande portale metallico d’ingresso al Museo Diffuso accoglie visitatori e studenti...

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Di Stefania Carofalo

Il grande portale metallico d’ingresso al Museo Diffuso accoglie visitatori e studenti e, salendo qualche rampa di scale, è possibile affacciarsi dal Balcone sulla storia e ammirare l’intera area archeologica.

Il Museo Diffuso è un attivo Cantiere Scuola di Archeologia per i servizi offerti dalla Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento per la ricerca nel settore storico-archeologico.

E’ uno degli insediamenti messapici più importanti del Salento.

Area archeologica del Museo Diffuso di Cavallino
Area archeologica del Museo Diffuso di Cavallino (da internet pugliamusei)

All’interno dell’area archeologica si possono osservare i resti delle fondamenta della città, muretti a secco, reperti e la flora spontanea. L’Università del Salento, ha curato la ricostruzione di una antica dimora e di copie del vasellame e dei tessuti dell’epoca nel laboratorio didattico.

L’intera area è servita percorsi pedonali e ciclabili, di isole informative e panchine, oltre dalla distinzione dei percorsi in funzione del tipo di visita che interessa: archeologica, paesaggistica o ambientale.

Numerose sono le iniziative che il museo offre al pubblico:

Archeologia Creativa: si svolge nelle serate estive, è una bella occasione in cui i giovani studenti archeologi dell’Università del Salento, presentano ai visitatori i risultati delle proprie ricerche.

Serate di teatro e di musica: studenti o gruppi di giovani artisti emergenti si esibiscono in pubblico.

Visite guidate: studenti universitari, spiegano e raccontano l’area archeologica.

Manifestazioni sportive: organizzate per i bambini.

Manifestazioni culturali: organizzate per adulti.

Notte di inchiostro di Puglia”: letture di poesie e racconti che vedono spesso protagonisti i bambini.

Area archeologica del Museo Diffuso di Cavallino. Scavi
Area archeologica del Museo Diffuso di Cavallino. Scavi (da internet provinciadilecce)

Il Museo organizza e promuove mostre temporanee, seminari e conferenze o altre iniziative sui temi della Storia Antica, Archeologia e Museologia, in collaborazione con i docenti dell’Università del Salento e/o di altre Università. Le attività sono aperte a tutti.

Ingresso al Museo Diffuso da piazza Fratelli Cervi, Cavallino (LE)

Ingresso Museo Diffuso a Cavallino (LE) . Struttura metallica con balcone sulla storia
Ingresso Museo Diffuso a Cavallino (LE) . Struttura metallica con balcone sulla storia (da internet museidiffusi)

I principali servizi del Museo sono i seguenti:

Il Museo Diffuso:

  • offre supporto alle attività didattiche e di ricerca dei docenti dell’Università del Salento, mettendo a disposizione i propri spazi espositivi e di laboratorio per lo svolgimento di lezioni, seminari, attività pratiche e divulgative;
  • mette a disposizione i propri libri, periodici, multimedia o altro materiale per finalità di studio e didattiche;
  • offre servizio di consulenza scientifica in merito a problemi di Museologia, Storia Antica e Archeologia.

Visite senza guida:puoi visitare l’intera area in piena autonomia e senza prenotazione per piccoli gruppi o famiglie, negli orari di apertura. Per gruppi numerosi e scolaresche la prenotazione è obbligatoria

Visite con guida: la guida è svolta da personale altamente qualificato e la prenotazione è obbligatoria.

L’ingresso al Museo è gratuito

Orario Estivo (1 maggio – 30 settembre)

da martedì a domenica dalle 9,00 alle 20,00lunedì chiuso

Orario Invernale (1 ottobre – 30 aprile)

da martedì a domenica dalle 9,00 alle 15,00

lunedì chiuso

Per prenotare visite guidate gratuite: valet.v@libero.it, tel. 3892886687

Per informazioni
Museo Diffuso di Cavallino:
corrado.notario@unisalento.it, tel. 3334253408

Informazioni dal sito unisalento.it/musei/museo-diffuso-di-cavallino

Video da youtube
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Codice stradale il pillole tratte dal libro di Pignataro e Barbera “Non pago e ricorro” https://www.apsec-lecce.org/codice-stradale-il-pillole-tratte-dal-libro-di-pignataro-e-barbera-non-pago-e-ricorro-2/ https://www.apsec-lecce.org/codice-stradale-il-pillole-tratte-dal-libro-di-pignataro-e-barbera-non-pago-e-ricorro-2/#respond Tue, 22 Sep 2020 07:00:00 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3153 Pillola 10 di 12 ARGOMENTI DI OGGI 1. Motivi di annullabilità relativi agli atti procedimentali...

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Pillola 10 di 12

ARGOMENTI DI OGGI

1. Motivi di annullabilità relativi agli atti procedimentali (ordinanze – ingiunzioni prefettizie)

2. Nullità e annullabilità di tutti gli atti in generale

1. MOTIVI DI ANNULLABILITA’

Premesso che gli atti di accertamento infrazionale compilati dagli agenti di cui all’art. 12 del C.d.s., trattati ampiamente nell’apposita parte del testo, possono contenere vizi di vario genere e conseguentemente possono essere invalidati dalle autorità competenti (autotutela, Prefetto, Giudice di pace) segnaliamo anche i motivi di annullabilità riguardanti gli atti formati dalle autorità preposte.

Annullabilità generica

E’ annullabile il provvedimento prefettizio che si limita ad elencare genericamente le norme o anche decisioni giurisprudenziali. L’art. 3 della legge 241/90 stabilisce espressamente che ogni provvedimento amministrativo deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione in relazione alle risultanze dell’istruttoria.

Ordinanza emessa senza audizione se richiesta.

Nella specie tale omissione costituisce parte integrante dell’istruttoria e pertanto, in tal caso la predetta omissione può comportare l’annullabilità del provvedimento.

Emissione dell’ordinanza ingiunzione dopo il termine di 120 giorni

Qualora il procedimento sanzionatorio non si esaurisca nel termine di 120 giorni si verifica il caso di decadenza. L’art. 204 del C.d.s. impone tassativamente che trascorso detto termine senza che sia stata adottata l’ordinanza del Prefetto il ricorso s’intende accolto.

Ordinanza – ingiunzione emessa senza indicare i termini e le modalità di opposizione.

In questo caso trova applicazione l’art. 3, 4° comma della legge n. 241/1990, tale inosservanza infatti, inibisce la possibilità al trasgressore di proporre ulteriori ricorsi.

Decreto di convocazione del richiedente non notificato

In questo caso la mancata notificazione rende l’atto nullo.

Decreto senza l’indicazione della somma da pagare

L’omissione dell’indicazione della somma da pagare per estinguere gli effetti della violazione e del procedimento rende nullo il provvedimento.

Decreto con la mancata indicazione dell’autorità che deve ricevere il pagamento

L’emissione dell’ordinanza ingiunzione che non indica l’autorità o l’ufficio che deve incassare la somma, è nulla.

Decreto emesso senza motivazione

E’ nullo il decreto emesso che non contenga le motivazioni della decisione. La legge 241/90 stabilisce che la decisione deve essere adottata esaminando espressamente i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la stessa da parte dell’amministrazione in relazione all’istruttoria compiuta.

Violazioni amministrative di più norme di legge.

L’art. 198 del C.d.s. prescrive :”chi con un’azione od omissione viola diverse disposizioni che prevedono sanzioni amministrative pecuniarie o commettere più violazioni della stessa disposizione soggiace alla sanzione prevista per la violazione più grave aumentata fino al triplo”.

Pertanto sono annullabili i provvedimenti sanzionatori che dispongono il pagamento di tante sanzioni per ogni norma violata.

Violazioni commesse in aree pedonali o Z.t.l.

In questo caso, in deroga della norma di cui all’art. 198 C.d.s., il trasgressore ai divieti di limitazione soggiace alle sanzioni previste per ogni singola violazione commessa.

Prescrizione (art. 209 C.d.s.)

Il potere di azione della Pubblica Amministrazione creditrice si può estinguere entro 5 anni dalla data della commessa violazione. Ovviamente tutti gli atti interruttivi del procedimento comportano il nuovo decorso del termine dalla data di ricezione del nuovo atto.

Non trasmissibilità della sanzione (art. 199 C.d.s.)

L’obbligazione del pagamento di una qualsiasi sanzione amministrativa alle norme del Codice della strada, comporta l’estinzione della medesima nel caso di morte dell’autore della violazione, facendo così cessare la materia del contendere.

Intrasmissibilità di qualsiasi obbligo relativo a sanzioni accessorie

In caso di morte dell’obbligato ogni procedura in corso riguardante sanzioni accessorie si estingue.

Sequestro di veicolo, ritiro carta di circolazione o patente

In caso di morte dell’interessato, l’organo competente, su istanza degli eredi, procede a dichiarare estinto il procedimento e restituisce il veicolo e la documentazione relativa dichiarando estinto il procedimento a carico del de cuius.

Circolazione del veicolo contro la volontà del proprietario

Il proprietario di un veicolo o in sua vece l’usufruttuario, l’acquirente con patto di riservato dominio possono chiedere l’annullamento dell’atto infrazionale qualora provino che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la loro volontà.

Gerarchia delle norme di legge

  1. nel caso di violazione di una norma di carattere generale e di una di carattere speciale, nell’applicazione pratica prevale la norma speciale.

b) nel caso di violazione di due norme speciali, prevale quella più favorevole al trasgressore.

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La figura di Antonio De Viti De Marco https://www.apsec-lecce.org/la-figura-di-antonio-de-viti-de-marco/ https://www.apsec-lecce.org/la-figura-di-antonio-de-viti-de-marco/#respond Sun, 20 Sep 2020 18:43:30 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3710 Antonio De Viti De Marco, nato a Lecce il 30 settembre 1858, morì a Roma...

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Antonio De Viti De Marco, nato a Lecce il 30 settembre 1858, morì a Roma il 1°dicembre 1943.

Già studente modello nel Liceo classico leccese “Giuseppe Palmieri”, nel 1883 fu chiamato come docente all’Università di Camerino e poi a Macerata e Pavia.

Antonio De Viti De Marco

Dal 1887 insegnò Scienza delle finanze all’Università di Roma.

Dal 1890 al 1913 fu, con Pantaleoni, condirettore del “Giornale degli economisti”. Eletto deputato nel 1900 fu riconfermato nel mandato fino al 1921.

Nel 1931 lasciò l’insegnamento per non prestare il giuramento fascista, dando le dimissioni con la seguente lettera, indirizzata al Prof. De Francisci, Magnifico Rettore dell’Università di Roma:

“Ill. mo Professore e Caro Collega,

il giuramento, di cui Ella ha avuta la cortesia di farmi leggere la formula, mi porrebbe in contraddizione con i miei precedenti politici e con la dottrina che ho sempre professata.
Nè più potrei riprendere e continuare il mio insegnamento teorico della Finanza e dell’economia, senza ricorrere alle riserve mentali di uso comune, che a me ripugnano.
Sono, per ciò, venuto nella decisione – quanto mai per me penosa- di chiedere il collocamento a riposo. Mi permetto di accluderne la domanda, grato se vorrà trasmetterla a S. E. il Ministro”.

Per le stesse ragioni lasciò nel 1934 l’Accademia dei Lincei. Nella prefazione all’edizione tedesca del “Trattato di Scienza delle Finanze” (1932) testimoniò la sua solidarietà ad Ernesto Rossi, carcerato quale esponente di Giustizia e libertà.

Tra le numerose pubblicazioni scientifiche giova ricordare “Il carattere teorico dell’economia finanziaria”, Roma, 1888, ed i “Principi di economia finanziaria” , Torino, 1934, edito anche in inglese e in tedesco.

La sua figura occupa un posto di primo piano negli studi economico-finanziari in Italia, a cavallo fra Otto e Novecento. Definito “Maestro” da Luigi Einaudi, il suo nome si accompagna a quello di Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto ed Enrico Barone.

Il De Viti De Marco era convinto che il problema del Mezzogiorno fosse essenzialmente un problema di uomini, di una classe dirigente, veramente degna di questo nome, nell’Italia meridionale.

E scriveva: ” Se da noi, più che altrove, manca una opinione pubblica, ciò è dovuto anzitutto al fatto che troppi qui aspettano che il Governo provveda. Questa attitudine ricorda da vicino le tradizioni dell’assolutismo e accarezza la inveterata tendenza nostra al fatalismo politico. Se non vi aiutate voi, nè la Provvidenza, nè il Governo vi aiuteranno; poichè il governo parlamentare è più che mai il rappresentante di interessi organizzati; e se voi vi astenete dall’organizzarvi per la vostra difesa, non isperate salvezza dal di fuori, e dal governo italiano meno che da qualunque altra forza esterna”.

La citazione è tratta dal discorso commemorativo, dedicato al De Viti De Marco, tenuto da Ernesto Rossi, il 12 settembre 1948, alla Fiera del Levante.

In quell’occasione Ernesto Rossi ebbe a dire: “Quel che mi fece più impressione, discutendo la prima volta con De Viti De Marco le idee che egli doveva poi sviluppare nel suo grande trattato, fu la sua modestia, la sua capacità di prendere in considerazione anche le critiche di un ‘pivellino’, di un giovane sconosciuto quale io ero, per trarre incitamento ad approfondire il proprio pensiero, per continuare nell’appassionante ricerca della verita”. 

Di Giorgio Mantovano

Giorgio Mantovano
Giorgio Mantovano

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“Roméi d’Occidente, una storiografia da riscrivere” Un libro di Francesco Manni. https://www.apsec-lecce.org/romei-doccidente-una-storiografia-da-riscrivere-un-libro-di-francesco-manni/ https://www.apsec-lecce.org/romei-doccidente-una-storiografia-da-riscrivere-un-libro-di-francesco-manni/#respond Sun, 20 Sep 2020 18:24:07 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3705 Contesto storico bizantino e tardo in Terra d’Otranto tra VI e XVIII secolo;-Macarìe soletane. Elementi...

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Contesto storico bizantino e tardo in Terra d’Otranto tra VI e XVIII secolo;
-Macarìe soletane.
Elementi di “magia” colta e popolare nel substrato storico e antropologico di un chorion greco-salentino e nella biografia del “mago” di Soleto Matteo Tafuri.

Per chi fosse interessato, il libro è appena stato pubblicato .
Può essere acquistato sia in formato cartaceo che digitale (PDF, ebook).

ROMÉI O BIZANTINI? UN PO’ DI CHIAREZZA

Brano tratto dal libro: Romei d’Occidente. Una storiografia da riscrivere e Macarie soletanedi Francesco Manni

Ovviamente, intitolandosi il presente lavoro Roméi d’Occidente:una storiografia da riscrivere, è d’obbligo iniziare la narrazione chiarendo la differenza tra i due termini “roméo” e “bizantino” e i motivi per il quale in Occidente sia nato in un periodo molto tardo la consuetudine di usare il secondo per definire l’antico impero romano con capitale a Costantinopoli.Per una mera convenzione adottata in tempi moderni con il termine “Impero bizantino” si intende una ben precisa entità statale che per un periodo molto lungo ha occupato essenzialmente la parte orientale del mar mediterraneo.Tale impero, di fatto, nasce nello stesso momento in cui Costantinopoli viene fondata dall’imperatore Costantino nel IV secolo d.C. sul luogo dove sorgeva una colonia greca molto più antica che veniva chiamata Bisanzio.Fu lo stesso fondatore morto nel 337 a nominare la città col suo nome anche nota come Nuova Roma ed elevandola a nuova capitale di tutto l’impero sia orientale che occidentale.Dalla fondazione sino al 1204 l’impero “bizantino” fu la vera luce del mediterraneo insieme al concorrente impero arabo.In questa data gli occidentali della IV crociata deviarono il loro percorso, in origine diretto a Gerusalemme, verso la città imperiale al fine di impadronirsi dei suoi enormi tesori e saccheggiarla.Il dominio “franco” durò sino al 1261 quando gli stessi “bizantini” riuscirono a riconquistare la città restaurando l’antico impero.

Naturalmente, come ben noto, tale situazione politica rimase invariata sino al 1453, anno in cui gli ottomani assediarono la capitale e una volta presa decretarono il tramonto definitivo di ciò che rimaneva dell’antico impero romano.In Occidente, principalmente a causa dei forti contrasti politici tra papato e Basileuse quindi ad una evidente volontà di cancellare la storiografia di questa parte importantissima del mediterraneo, di fatto, non si riesce a percepire l’enorme influenza della cultura, dell’arte e dell’economia che essa ha avuto anche nell’Europa latina.Fra l’altro, la Nuova Roma, ha protetto per secoli tutto l’Occidente dai pericoli delle invasioni delle popolazioni provenienti dall’Asia.Nonostante ciò, lo stesso nome “impero bizantino” è frutto di una denigrazione occidentale ed è di fatto un insulto.

Tale modo di definire l’antico impero romano fu coniato nel XVIII secolo da alcuni intellettuali francesi (1) capeggiati da Montesquieu.Questo “circolo” vedeva nell’antica eredità ellenica e romana un importante punto di riferimento nella genesi della politica e della cultura dei loro tempi.Nel periodo dei “lumi” tutto l’apparato intellettuale vedeva nel medioevo un era di corruzione e decadenza e naturalmente considerando che in questa fase storica l’Impero di Costantinopoli era all’apice della sua potenza, esso veniva visto come il simbolo di tali nefandezze.Lo stesso Montesquieu, benché avesse scritto proprio una storia dell’Impero di Costantinopoli, per i pregiudizi prima menzionati, si rifiutava di assegnare ad esso i nobili nomi di greci (elleni) e romani e decise, partendo dall’oramai desueto nome della città di Bisanzio, di definirlo come noi oggi lo conosciamo ossia bizantino.E ben noto poi come in occidente tale termine abbia assunto connotati del tutto negativi divenendo sinonimo di disonestà e decadenza.Viceversa, le popolazioni vissute nell’alveo dell’Impero bizantino non hanno mai conosciuto tanto meno usato tale termine in quanto si sono sempre riconosciute con l’appellativo di romani.

Con lo spostamento nella capitale sul Bosforo, di fatto, anche l’identità romana si è sempre più allargata verso l’impero d’oriente.Nell’89 a.C. una legge aveva dapprima concesso la cittadinanza romana a tutte le genti italiche. Successivamente nel 212 d. C. l’Imperatore Caracalla dichiarò che ogni cittadino libero risiedente nell’impero doveva considerarsi cittadino romano.Anche se in oriente la lingua maggiormente parlata era il greco, il latino era quello usato nei documenti ufficiali e l’idea di cittadinanza aveva coinvolto larghi strati della popolazione.Da ciò, i cittadini di lingua e cultura greca erano orgogliosi di considerarsi e far parte dell’Impero e in latino venivano definiti romani, in greco romaioi e in oriente l’espressione imperium romanorum (dominio dei romani) lasciò sempre di più il posto al termine Romània (terra dei romani). Il nome classico di elleniandò sempre più in disuso anche perché con l’ufficializzazione della religione cristiana alla fine del IV sec. d. C. tale termine assunse un nuovo significato in quanto con esso si indicava la popolazione che adorava ancora le divinità classiche e studiava la filosofia pagana.Nella seconda metà del IV sec. D.C. l’Imperatore Giuliano II (361-363) cercò di fermare l’oramai inarrestabile ascesa della nuova religione cristiana e proprio per tal motivo fu chiamato l’elleno.

Cartina dinamica dell’Impero Romano d’oriente

Da quel momento in poi il termine assunse proprio il significato legato a chi abbracciava e studiava la filosofia neoplatonica e adorava ancora gli dei olimpici.Alla fine del IV secolo l’Imperatore Teodosio (379-395) stabilì che il Cristianesimo dovesse essere l’unica religione dello stato.Naturalmente, a seguito di tale decisione, il numero di pagani nell’impero diminuì in maniera radicale anche perché, di fatto, le persecuzioni che i cristiani avevano subito nei primi tre secoli le restituirono con gli interessi verso gli antichi dominatori proprio dalla fine del IV sec. d. C. in poi.Quindi la parola elleno non solo andò in disuso ma per parecchi secoli ha avuto una pessima reputazione.Per tale motivo i popoli di lingua greca assunsero pressoché in forma definitiva la nomenclatura di romaioi. Il termine, come già detto in precedenza, sarà usato in maniera ininterrotta sino al 1453 quando Costantinopoli cadde sotto i turchi di Maometto II.Da quanto sopra esposto, quello che oggi noi chiamiamo Impero Bizantino dovrebbe essere meglio definito con il più consono appellativo di Impero dei romei, dal greco Basileia romaion.

Nel medioevo gli occidentali si riferivano all’impero romano proprio col termine di Romània(terra dei romani).Ravenna dal VI all’VIII secolo fu capitale dell’esarcato d’Italia sino alla conquista longobarda del 751 d. C. e tutta la sua regione interna era direttamente governata dall’autorità imperiale.Di fatti, per le genti lombarde e germaniche quest’area era la Romània.Ecco il motivo per il quale ancora oggi la stessa regione viene definita Romagna.Nel periodo della conquista latina di Costantinopoli a seguito della IV crociata (1204-1261) i franchi elessero un imperatore col titolo di Imperator Romaniae (Imperatore della Romània).L’Imperator Romaniae era però distinto da quello usato in Europa occidentale dai discendenti di Carlo Magno fondatore del Sacro Romano Impero che si definivano Imperator romanorum.I futuri imperatori del Sacro Romano Impero nel frangente che separava l’incoronazione in Germani da quella del papa a Roma si definivano Rex romanorum (Re dei romani)Quando Baldovino I proprio a seguito del citato regno latino a Costantinopoli fu incoronato, non osò mai usare l’appellativo di Imperator romanorum che avrebbe suscitato le ire del papa ma quello di Imperator Romàniae ossia per l’appunto Imperatore della Romània.In occidente solo il papa si arrogava il diritto di eleggere l’Imperatore dei romani.Nel 1508 papa Giulio II autorizzo il Rex romanorum a definirsi Imperator romanorum electus (Imperatore romano eletto) senza che vi fosse la necessità di essere incoronato a Roma.

L’ultimo degli Imperator romanorum electus abdicò nel 1806.Note1) [Uno tra i primi ad avere utilizzato il termine “bizantini” per definire i romano-orientali è stato Charles Du-Fresne Du Cange (Amiens 1610 – Parigi 1668).

Egli “per primo studiò sistematicamente la storia di Bisanzio e dell’Oriente latino, lasciando una fondamentale Storia di Costantinopoli sotto gli imperatori francesi (1657) e vari appunti da cui Rey trasse, nel 1863, le Famiglie d’Oltremare. Curò inoltre l’edizione di numerose fonti storiche importantissime, tra le quali la Storia di san Luigi, di Joinville e l’Epitome storica (o Sinossi storica) del “bizantino” Zonara. La sua fama resta tuttavia legata soprattutto al Glossarium mediae et infimae latinitatis (1678), strumento medievale, e al Glossarium mediae et infimae graecitatis (1688)”. Cfr. Rizzoli Larousse, Enciclopedia Universale, V, Rizzoli, 1967, voce ”Du Cange”.Perché Du Cange ha coniato il nome “bizantini” per definire i romano-orientali? La risposta l’ho ottenuta interpellando direttamente l’autore: “Ducange era uno studioso francese vissuto al tempo di Luigi XIV. I suoi lavori non sono pubblicati da tempo e sono difficili da reperire al di fuori delle maggiori biblioteche francesi. Ducange scrisse sotto l’influenza della cultura rinascimentale. Gli storici che lavoravano nell’alveo rinascimentale pensavano alla storia ordinandola in tre fasi:

  • la fase classica dell’ antichità greca e romana, periodo di gloria terminato con la caduta di Roma;
  • la fase medievale, periodo d’oscurità e di declino;
  • la fase moderna, periodo di riabilitazione nel quale rifioriscono le antiche virtù.

Inseriti in questo schema ideologico di pensiero, Ducange e i suoi contemporanei non potevano accettare che i ”bizantini” fossero ”greci” o ”romani”, visto che, sotteso ai termini ”greci” e ”romani”, c’era il glorioso periodo classico terminato con la caduta di Roma. In aggiunta a ciò si sovrappose il pregiudizio religioso: la cattolica Francia guardava alle Chiese Ortodosse d’Oriente come a quelle maggiormente scismatiche ed eretiche”.Ripercorrendo la storia, il primo a negare il nome ”romano” ai romano-orientali è stato Carlomagno definendoli con il termine ”greci”.

Il cambiamento di nome era imposto per dimostrare che non doveva esistere più alcuna parentela tra i romano-occidentali (di lingua prevalentemente latina) e quelli orientali (di lingua prevalentemente greca). Da ciò seguiva che i primi erano obbligati a soggiacere sotto l’autorità politica franca e a non rifererirsi più al loro legittimo Imperatore costantinopolitano. Inoltre chiamare “greci” i romano-orientali significava non considerarli neppure cristiani visto che, al tempo, il termine romano era sinonimo di cristiano mentre il termine “greco” era sinonimo di ”pagano”. Dopo Carlomagno segue il cambiamento di denominazione operato da Du Cange.

Nel suo periodo, infatti, il termine “greco” non ha più un valore dispregiativo perché il modello che l’intellettuale deve seguire non è più quello cristiano-medievale ma quello antico-pagano. Ecco allora che, non potendo più definire i cristiano-orientali ”greci” e ancor meno ”romani”, in mancanza di alternative si applica ai romano-orientali il termine “bizantini”, termine ancora oggi acriticamente utilizzato. N.d.t.]

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L’istanza etica e religiosa negli scritti poetici di Erminio Giulio Caputo https://www.apsec-lecce.org/listanza-etica-e-religiosa-negli-scritti-poetici-di-erminio-giulio-caputo/ https://www.apsec-lecce.org/listanza-etica-e-religiosa-negli-scritti-poetici-di-erminio-giulio-caputo/#respond Fri, 18 Sep 2020 11:11:59 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3698          “Not with a bang but with a wimper”, “ Non con un botto, ma...

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         “Not with a bang but with a wimper”, “ Non con un botto, ma con un gemito”. La previsione con cui Bàrberi Squarotti  paventava una fine certa per la poesia dialettale nella metà del secolo scorso non non si è compiuta  per inattesa fioritura di testi poetici in dialetto dal Nord al Sud della nostra penisola in controtendenza all’appiattimento dell’italiano standard e all’alienazione della comunicazione digitale. Oggi le lingue regionali non rappresentano, se non in casi sporadici,  un rifugio nostalgico in un passato idilliaco ,  bensì assumono un ruolo  fondamentale nell’ambito  del pensiero  e del dibattito culturale contemporanei. Alla ricerca esistenziale dell’uomo di oggi non sono in grado di dare un orientamento né l’informatizzazione tecnologica, né l’edonismo dilagante, né il pensiero scientifico che registra i fenomeni, ma è incapace di interpretarli e di evidenziare  le connessioni profonde tra i molteplici ambiti della realtà.   

Erminio Giulio Caputo …lu core spitterra Traduzioni dialettali inedite fra Leopardi e Neruda
Erminio Giulio Caputo …lu core spitterra Traduzioni dialettali inedite fra Leopardi e Neruda

Rinasce l’interesse per una dimensione autentica del vivere e si rinnova la ricerca di un Ursprung , ovvero della forma originaria del nostro aprirci al mondo, che alcuni individuano nella Ursprache, linguaggio primigenio che si articola nella comunicazione prelogica dell’arte e della poesia. Nel saggio del 1936 su  L’origine dell’opera d’arte [1] Martin Heidegger sostiene che l’opera d’arte «è messa in opera della verità» e fa sì che il mondo si costituisca in quanto tale in rapporto all’Essere.          Nel dischiudere una parola di senso per l’uomo contemporaneo, l’artista intesse un rapporto complesso, talvolta critico, con la società, con la polis di appartenenza, con l’esperienza quotidiana intrisa di dolore e di speranza, ma che porta alla luce segnali a volte impercettibili di una trascendenza, di una tensione viva verso il superamento del disagio esistenziale.

ERMINIO-CAPUTO
ERMINIO-CAPUTO

        Parimenti anche  la scrittura poetica di Erminio Giulio Caputo,  viene caratterizzata   dalla  dimensione trascendente che si fa presente nell’orizzonte storico-sociale, perché la parola non significa solo l’apertura metafisica verso l’infinito, ma si incarna nel presente. Come sottolinea Donato Valli nella prefazione  ad Aprime Signore  la poesia è la sede primaria dell’evento e del suo possibile fallimento[2]. Il poeta si rivolge cosi al Creatore: “Sulu tie Diu «sinti»/da lu principiu a moi e poi pe sempre/all’infinito ca ddenta prisente”, manifestando la pienezza di una fede vissuta nella storia segnata dall’invisibile presenza di Dio[3]. ‘E in questo snodo   che  la realtà immanente si  congiunge indissolubilmente alla trascendenza nel superamento dei limiti e delle aporie dell’esistenza mondana  L’istanza etico-civile e religiosa coesistono nell’itinerario poetico del Caputo in tutto il suo percorso, dalla sua prima raccolta, La focara, pubblicata nel 1953 [4], a Marisci senza sule [5], a La  chesura [6],da Aprime Signore [7] a Spilu de site [8], fino alla sua ultima lirica, Sul Golgota, composta due mesi prima della sua scomparsa, l’8 febbraio 2004, e pubblicata postuma nei Dieci Inediti, nel 2012 [9]:                       Non il denaro/ ma dolore e amore/saranno il prezzo  del riscattto/ estirperanno il male/                     Sul desolante Golgota/ contorti sulla croce/ Idre e Caini entrambi/ mi chiamerete Padre/ vi tenderò la mano/ e saliremo insieme/ in Paradiso.

Questi nuclei tematici di carattere etico-sociale e religioso sono stati evidenziati dalla maggior parte dei commentatori e prefatori, da Nicola De Donno a Giacinto Spagnoletti, da Oreste Macrì a Donato Valli, da Gino Pisanò ad Emilio Filieri.  Ne la prefazione a l’Opera Omnia di Caputo, Biancata, pubblicata per i tipi dell’editore Congedo nel 2001, Gino Pisanò attribuisce  a La Focara opera prima del 1953 la presenza di un seme primordiale che ci aiuta a comprendere meglio il disagio dell’Io nella versione epigrammatica, nel frammento fulminante e gnomico , embrionale sussulto di quel sisma dell’anima, esploso poi nelle sillogi poetiche della maturità[10]. Anche in Marisci senza sule e La chesura l’opera  del Nostro non è una nostalgica  laudatio temporis  acti,  bensì  essa è poesia della complessità e del divenire storico, in cui l’angoscia trascende nella speranza, il dolore nella consolazione, la crisi d’identità nella presa di coscienza e nella ricerca di un senso in  un mondo che pare assurdo, nonostante la sua pretesa sovrastare  la volontà dell’individuo. Una delle liriche di Marisci senza sule, dal titolo Nui simu[11],delinea in modo icastico questo vuoto esistenziale:  

Nui simu pentagrammi senza note,/arsisciati marisci senza sule,/ altari scusacrati.  […]

             La ricerca   inesausta di un ubi consistam, di un porto sicuro per l’esistenza, si sostanzia anche nel richiamo della terra madre-sposa-amante, come affiora  nella poesia Spèttame[12] che l’emigrante rivolge alla sua donna nella solitaria dimora coniugale:      

Aggiu turnare, aggiu turnare a casa/ m’aggiu straccatu de zzingarisciare/ cu stendu manu e bau ccugghièndu jèntu./ Aspèttame sull’ùrtimu scalùne/ cu te pozzu uardare a controluce/ e po’ cu bièni mmeru a mie liggèra/ comu na nùula candida de mmace.                           

Nel poeta salentino la ricerca di senso non rimane fossilizzata in una individualistica quẽte,ma abbraccia, come nella metaforica lirica Ddu’ stannu de giurnu le stiḍḍe, tutta la realtà , nell’utopica visione di un mondo solidale, vibrante di amorosi sensi: [13]

Nu ssuntu sulagne le stiḍḍe/ su’ tante cumpagne/ c’à notte se ncùntranu e cùntanu// de pacce sciurnate d’amore/ cu sprèndidi suli ululate/ su cchiari chiasciuni de celu.         

La tensione metafisica verso l’Assoluto che prevale nella silloge Aprime  Signore  si manifesta come aspirazione alla verità, cioè al significato ultimo di ogni evento storico, socio-economico, etico-religioso, in appassionate e talvolta dissacranti allocuzioni al Creatore.   Paradigmatica in questa prospettiva è la poesia Ci sinti[14]:                                                                     

Ci sinti?/ Nu Diu ca scuncierti/ sì còmmudu e scòmmudu/                                                                                     sì duce e viulentu/ mentuàtu e scuntàtu/ sì tuttu e sì nienti/                                                       sì Diu  bbandunatu de Diu / ca inci la morte […]       

          Questa antitetica connotazione della divinità, accanto all’attesa sofferta e vibrante di una possibile salvezza, costituisce una sintesi armonica in ogni scritto di Caputo. I vari componimenti, coesi tra di loro, sono orchestrati sinfonicamente come momenti diversi di un’unica partitura. I toni sono sapientemente modulati: si va dal pianissimo di Nducime nu fiuru [15]  all’allegro di Cisaria[16], in Spilu de Site, all’andante di  Mamma Lidia [17], al vivace con brio di  Signore ca ngiuielli l’ Universu nei Dieci inediti[18].  All’armonia formale fa da contrappunto  una polifonica varietà di stati d’animo pervasa di intenso lirismo. I ricordi  non sono cristallizzati come simulacri di pietra, ma sono palpitanti come carne viva, ferita da piaghe secolari o fresca e profumata come quella delle giovani mamme, dolci e pensose, simili alle icone delle  Madonne, che dagli angoli dei vicoli, esortavano alla preghiera i viandanti.   

                        Un’umanità paesana oramai in estinzione, fagocitata dalla  società dei consumi di massa, che  ha stravolto non solo  il nostro modus vivendi, ma anche quello scrigno di ricordi e testimonianze preziose racchiuse nella nostra tradizione culturale. Il cuore della Firenze delle Puglie è invaso, soprattutto di sera,  da giovani alticci o da turisti  alla ricerca  del pub meno costoso, tra quelli che si affacciano a decine su strade e vicoli dell’antico borgo.    .Nella poesia di Caputo lo spleen quotidiano si coniuga con la trascendenza, anche quando non vi è un esplicito riferimento ad una dimensione oltremondana. Ogni essere, ogni accadimento, ogni stato d’animo, sono permeati da una tensione verso il senso primigenio e ultimo della realtà. Impercettibilmente il poeta fa trasparire in filigrana  una dimensione indicibile e inafferrabile, in cui finito e infinito, cielo e  terra, tempo ed eternità si incontrano anche nella quotidianità dell’esistenza terrena. 

Caputo ha saputo coniugare magistralmente in quest’opera la fragilità umana con la misericordia divina, evidenziando, tuttavia, che le miserie e le cadute sono tappe della Storia della Salvezza e che gli eventi umani  hanno un  senso non racchiuso nell’orizzonte terreno, bensì illuminato dalla prospettiva oltremondana. Pertanto  la densità teologica ed escatologica dei versi di del poeta salentino  rinvia  alle  Confessioni di Sant’Agostino [19], maestro altresì di uno stile icastico e limpido, permeato della “ricerca tormentata di Dio.

Lo sguardo penetrante di Caputo non solo ha una straordinaria capacità comunicativa, ma anche performativa, poiché scende fin negli abissi dello spirito e della carne, segnati dal peccato e dalla malattia, invocando la potenza salvifica dell’Amore .                                                                             Questo sinolo tra salvezza materiale e spirituale è stato di recente approfondito da uno studioso come Raimon Panikkar il quale sottolinea che l’incontro con il  Signore coinvolge tutte le componenti dell’uomo: corpo, anima, razionalità e inconscio, finito e infinito. Dall’unio mistica tra il Cristo e l’uomo si genera il Cristo Cosmico, in cui materia e spirito, cielo e terra, tempo ed eternità sono una cosa sola[20].                                                                                                                                                Nei testi caputiani, l’io individuale cede il passo ad una dimensione intersoggettiva e trascendentale, che proietta i singoli ego in un Noi Trinitario che s’incarna in tutta l’Umanità.    La fede, pertanto, risplende nella sofferenza , il peccato è vinto dalla Grazia redentrice, la l’Eternità discende  nella Storia e abbraccia gli ultimi.

Lecce, 16/09/2020

                                                                                              Lidia Caputo

Prof.ssa Lidia Caputo
Prof.ssa Lidia Caputo

[1] M: Heidegger, Sentieri interrotti, a cura di P.Chiodi, Firenze, La Nuova Italia 1968, pp. 56 e 61.

[2] E.G.Caputo, Aprime Signore, Manduria, Lacaita, 1990, p.12 della prefazione.

[3] E.G.Caputo, ibidem p.42; in Biancata, Galatina,Congedo Editore, 2001, tomo III p.45.

[4] E.G. Caputo, La focara, Lecce, Tip. Scorrano,1953.

 [5] E.G. Caputo, Marisci senza sule, Galatina, Ed. Salentina, 1976.

[6] E.G. Caputo, La chesura, Lecce, Capone ed, 1980.

[7] E.G. Caputo, Aprime Signore, cit.

[8] E.G. Caputo, Spilu de site, Lecce, Ed. Orantes, 1994.

[9] E. G. Caputo, Dieci Inediti, Martina Franca, Artebaria, 2012.

[10] Cfr. E.G. Caputo, Biancata, introduzione, vol I, p.10.

[11] Ibidem, tomo II, p.28.

[12] Ibidem, La Chesura, tomo II, p.80.

[13] Ibidem, Spilu de site, tomo III, p.158.

[14] Ivi, Ci sinti, tomo III, p.57.

[15] Cfr. Biancata, p. 101.

[16] Ivi p.165.

[17] Ivi, p. 212.

[18] Dieci Inediti,  p.38.

[19] Agostino d’Ippona, Le Confessioni, Milano,Paoline ed. 1998

[20] R.Panikkar, La pienezza dell’uomo,una Cristofania, Milano, Jaka Book, 2008, p.226.

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Le chiese blindate di Lecce alla vigilia della seconda guerra mondiale https://www.apsec-lecce.org/le-chiese-blindate-di-lecce/ https://www.apsec-lecce.org/le-chiese-blindate-di-lecce/#respond Wed, 16 Sep 2020 15:32:20 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3671 di Stefania Carofalo E’ in tempo di pace che si stipulano accordi e dinamiche da...

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di Stefania Carofalo

E’ in tempo di pace che si stipulano accordi e dinamiche da rispettare nei conflitti armati per conservare il patrimonio storico e culturale da possibili danneggiamenti e saccheggi.

Non farò la storia della legislazione in merito ma solo evidenziarne l’importanza perché recentemente abbiamo visto in TV l’accanimento contro simboli religiosi e culturali.

Ebbene, esiste un accordo tale per cui i le Parti sono tenute a indicare quali monumenti non possono essere distrutti dal nemico.

L’esigenza di redigere un “documento” ufficiale nasce dalla necessità di tutelare i beni artistici e identificativi di un popolo in quanto, in tempo di guerra, i beni mobili erano trafugati dal nemico e quelli immobili e identificativi per le genti, erano irrimediabilmente distrutti perché con essi si cercava di annullare l’identità e la memoria storica.

Facciamo un po’ di chiarezza. Durante i conflitti armati i monumenti da tutelare dovevano essere protetti tramite blindature o sacchi di sabbia, i beni mobili protetti e custoditi in un luogo sicuro, e l’elenco dei beni mobili e immobili era fornito dalla Soprintendenza.

Le uniche foto che ricordo di aver visto con la protezione da eventuali danni bellici, sono la Basilica di Santa Croce in cui vediamo una blindatura in muratura della facciata e la Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo con una protezione analoga.

Le blindature erano delle murature in mattoni da anteporre alle facciate dei monumenti da proteggere lasciando una intercapedine tra le strutture murarie.

Le due fotografie risalgono al 1941 circa.

Basilica di Santa Croce a Lecce. Protezione con muratura
Basilica di Santa Croce a Lecce. Protezione con muratura detta Blindatura (foto Soprintendenza)

La nazione si trova in tempo di pace, anche se col sentore di aria di guerra, e gli Stati, facendo riferimento alle Convenzioni e Patti per la tutela dei beni artistici, erano dell’avviso di mettere in sicurezza i beni storici e monumentali.

Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo a Lecce (protezione della facciata)
Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo a Lecce (protezione della facciata foto postata sui social)

Il regio decreto 5 marzo 1934 ,”Regolamento per la protezione antiaerea del territorio nazionale e della popolazione civile” firmato da Benito Mussolini, stabiliva i provvedimenti da adottare per la tutela dei beni.

Tale decreto prende fondamento dalla Convenzione dell’Aja che prevedeva  la tutela degli edifici destinati ai culti del 1899, e al suo aggiornamento del 1907 che estendeva la tutela anche ai monumenti storici.

Convenzione dell'Aia del 1899. Foto in bianco e nero
Convenzione dell’Aia del 1899. Foto in bianco e nero (foto da internet Wikipedia)

Successivamente, nel 1935 Patto di Roerich obbligava le nazioni a rispettare musei, università, cattedrali e biblioteche proprio come accedeva per gli ospedali.

Durante la guerra, infatti, la bandiera della Croce Rossa  doveva essere posta a sventolare sugli ospedali, per indicare ai nemici che era un luogo che godeva di immunità mentre le istituzioni culturali e i luoghi di importanza culturale e scientifica avrebbero esposto la bandiera della pace costituita da:

“tre sfere rosso-magenta inscritte in un cerchio rosso-magenta su sfondo bianco” per proteggerli dalla devastazione della guerra. (art. 3 Patto di Roerich)

Bandiera della Pace 1935

Sicuramente questa bandiera era esposta sia sulla basilica di S. Croce che sulla chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, anche se non individuabili in foto.

I principi su cui si fonda la tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato, sono stabiliti nelle Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907 e nel Patto di Washington del 14 aprile 1935;  ancora la Convenzione dell’Aia del 1954, poi L’elenco dei Beni protetti dall’UNESCO.

Ma è con la Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954 che si dà maggior risalto alla tutela dei Beni culturali, tanto che il preambolo recita:

“i gravi danni arrecati ai beni culturali, a qualsiasi popolo essi appartengano, sono un danno al patrimonio culturale dell’umanità intera, essendo un dato di fatto che ogni popolo apporta il suo contributo alla cultura mondiale”.

Sui Beni Culturali il contrassegno da apporre è uno scudo blu

Scudo blu
Scudo blu

Art. 16 Contrassegno della Convenzione (1954)

1. Il contrassegno della Convenzione consiste in uno scudo, appuntato in basso, inquartato in croce di S. Andrea, d’azzurro e di bianco (uno scudo composto di un quadrato turchino con un angolo iscritto nella punta dello scudo, sormontato da un triangolo azzurro, i due determinanti un triangolo bianco a ciascun lato).

2. Il contrassegno è adoperato semplice o ripetuto tre volte in formazione triangolare (uno scudo in basso), per i beni culturali immobili sotto protezione speciale.

Questi ultimi è necessario  iscriverli nel “Registro internazionale dei beni sotto protezione speciale” registro tenuto dal Direttore Generale dell’UNESCO Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

La Convenzione UNESCO del 1972 sulla “Tutela del patrimonio culturale e naturale mondiale”amplia la convenzione del 1954 attribuendo il valore universale ai beni culturali.

Tale accordo istituiva un Comitato intergovernativo per la protezione del patrimonio mondiale in cui gli Stati si impegnavano a fornire l’identità dei beni culturali e naturali e il loro stato di conservazione in due appositi elenchi: World Heritage List e List of World Heritage in Danger.

Logo UNESCO
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“Incanto dell’Uomo” Un evento di Tyna Maria Casalini & Just Community https://www.apsec-lecce.org/incanto-delluomo-un-evento-di-tyna-maria-casalini-just-community/ https://www.apsec-lecce.org/incanto-delluomo-un-evento-di-tyna-maria-casalini-just-community/#respond Wed, 16 Sep 2020 11:02:03 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3690 Il prestigioso Evento “CONTROLUCE” giunto alla sua IV edizione, fortemente promosso dall’Amministrazione Comunale di Alliste...

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Il prestigioso Evento “CONTROLUCE” giunto alla sua IV edizione, fortemente promosso dall’Amministrazione Comunale di Alliste e delineato dall’elegante visione artistica del Vicesindaco Marilù Rega ospita l’Inspirational Life Concert di TYNA MARIA & JUST Community.✨

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Codice stradale il pillole tratte dal libro di Pignataro e Barbera “Non pago e ricorro” https://www.apsec-lecce.org/codice-stradale-il-pillole-tratte-dal-libro-di-pignataro-e-barbera-non-pago-e-ricorro/ https://www.apsec-lecce.org/codice-stradale-il-pillole-tratte-dal-libro-di-pignataro-e-barbera-non-pago-e-ricorro/#respond Tue, 15 Sep 2020 07:00:00 +0000 https://www.apsec-lecce.org/?p=3149 Pillola 9 di 12 ARGOMENTI DI OGGI PATENTE DI GUIDA Sospensione revisione e revoca Casi...

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Pillola 9 di 12

ARGOMENTI DI OGGI

PATENTE DI GUIDA

  1. Sospensione revisione e revoca
  2. Casi di annullabilità del ritiro della patente
  3. Sospensione a tempo indeterminato
  4. Revisione della patente
  5. Revoca della patente

Sospensione revisione e revoca

  • La sospensione è una sanzione accessoria di carattere cautelare connessa a determinate violazioni di carattere amministrativo o di carattere penale. Essa può essere a tempo determinato o indeterminato. Si realizza la sospensione a tempo determinato quando il trasgressore viola determinate norme del Codice della strada e si verifica a seguito di sanzionl amministrative pecuniarie, e sanzioni penali nell’ipotesi di sinistro stradale con lesioni alle persone. Ad es.: a seguito della contestazione per velocità eccessiva quando il conducente supera di oltre 40 Km/h il limite massimo di velocità stabilito dall’ente proprietario della strada.
  • In questo caso l’agente che ha proceduto al ritiro della patente rilascia all’utente un permesso provvisorio al fine di consentire il raggiungimento del luogo indicato dallo stesso trasgressore. Entro 5 giorni dal ritiro, la patente dev’essere inviata al Prefetto competente per territorio, il quale nei successivi 15 giorni emana ordinanza con l’indicazione della durata della sospensione da notificarsi al contravvenuto.

Casi di annullabilità del ritiro della patente

  • E’ annullabile la sanzione accessoria se la patente non viene inviata al Prefetto da parte dell’organo accertatore entro i 5 giorni stabiliti dalla legge.
  • E’ annullabile la sanzione accessoria se l’agente accertatore omette di rilasciare il permesso provvisorio per raggiungere la destinazione richiesta .

Sospensione a tempo indeterminato

  • Questa si verifica quando al conducente del veicolo risulta siano venuti a mancare i requisiti fisici e psichici che consentirono il rilascio della patente di guida.
  • Contro il provvedimento di sospensione è possibile ricorrere al TAR competente per territorio entro 60 giorni dalla notifica oppure con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro 120 giorni. E’ possibile anche proporre ricorso avverso il giudizio delle commissioni mediche locali entro 30 giorni al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Revisione della patente

  • La revisione della patente è un fatto che molto spesso precede la sospensione o la revoca della stessa, collegata alla perdita temporanea o definitiva di qualcuno dei requisiti psicofisici oppure della cognizione tecnica della guida dei veicoli.
  • La revisione della patente è disposta dal Prefetto previa verbalizzazione e segnalazione per violazione delle più importanti norme di comportamento del Codice della strada. A tal proposito segnaliamo :
  • l’art. 141/5° per aver gareggiato in velocità su strada pubblica a qualsiasi titolo o finalità. In questo caso è disposta anche la confisca del veicolo.
  • L’art. 142/9° superamento dei limiti di velocità di oltre 40 km/h.
  • L’art. 143 comma 12, circolazione di veicolo contromano;
  • L’art. 168 – trasporto abusivo o irregolare di merci pericolose. In caso di reiterazione consegue anche la confisca amministrativa del veicolo.
  • L’art. 179 – cronotachigrafo irregolare o non funzionante, alterato o con i sigilli manomessi.
  • L’art. 186 – guida sotto l’influenza dell’alcool.
  • L’art. 187 – guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti;
  • L’art. 189 – sinistro stradale con danno alle persone – fuga;

Revoca della patente

  • La revoca della patente è effettuata dal Dipartimento dei trasporti terrestri quando:
  • il titolare non sia in possesso, con carattere permanente dei requisiti fisici e psichici prescritti;
  • quando il titolare sottoposto a revisione di patente risulti non più idoneo;
  • quando il titolare della propria patente abbia ottenuto la sostituzione con altra di uno stato estero;
  • in caso di violazioni che provocano sinistri stradali da cui discenda la morte di altre persone ( art. 130 bis C.d.s.) qualora la violazione sia stata commessa in stato di ubriachezza, ovvero sotto l’azione di sostanze stupefacenti.

La patente può essere inoltre revocata per carenza dei requisiti morali; in conseguenza di recidiva specifica nei reati di lesioni personali colpose gravi o gravissime conseguenti a sinistro stradale (art. 222 C.d.s.)

In tema di opposizione a sanzioni amministrative per violazioni del Codice della strada, la legittimazione passiva del Prefetto è circoscritta all’ipotesi in cui l’impugnazione abbia ad oggetto un’ordinanza – ingiunzione emessa dallo stesso, mentre nel caso in cui venga impugnato il verbale di contestazione redatto dalla Polizia stradale, legittimato a resistere è il Ministro degli Interni, in qualità di vertice dell’amministrazione da cui dipende l’organo verbalizzante. Tuttavia, nell’ipotesi in cui il giudizio si sia svolto in contraddittorio con il Prefetto, quest’ultimo è legittimato a ricorrere per Cassazione contro la sentenza pronunciata nei suoi confronti.(Cass. civ. sez. I, 24/2/2006, n. 4195,in arch. giur. circ., e sin. strad. 11/2006,1071)

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Ritengo di fare cosa gradita a tutti i nostri Soci ed occasionali visitatori, riportando un estratto del componimento del Prof. Fernando Sammarco dell’Associazione Culturale “I Leoni di Messapia, sulla “Philia”.

Aristotele usava talvolta il termine philìa per dare l’idea della forma unitaria, della concordia, sia fra gli uomini, sia fra gli elementi. Fu Pitagora che, però, impiegò per primo philia per accostarlo al termine sophia determinando in philosophia l’amore per la conoscenza. Philia per il saggio di Samo significava inoltre l’unione fra tutti coloro che esercitavano le virtù sul cammino dell’auto-consapevolezza. Lo stesso termine fu usato inoltre da Platone nel Liside, un dialogo sull’amicizia che è stato spesso sottovalutato dalla critica, ma che in realtà presenta una problematica molto ricca. In esso Platone fa il punto sulla questione dell’amicizia come era stata affrontata dal pensiero greco anteriore.

Una delle novità più rilevanti del testo è costituita dal fatto che, per la prima volta nella storia del pensiero, il tema dell’amicizia è posto su un piano speculativamente corretto ed approfondito. Il dialogo indica il principio del bene come condizione di ogni amicizia: il bene è il primo amico, per il quale tutto è amato, e solo esso è in grado di liberare dal male. L’amicizia risulta quindi come una forza che, a livello sia umano sia cosmico, crea unità tra gli esseri, spingendoli ad allontanarsi dal male per raggiungere quel bene che è il loro proprio fine. Il filosofo fa distinzione fra ciò che è solo apparenza e immagine e ciò che è realtà e precisazione fra una finta affettività ed un vero rapporto di amicizia e amore.”

Philìa, la quinta e certamente la più importante delle virtù pitagoriche, dopo fortezza, temperanza, sapienza e giustizia, è, certamente, anche un fondamento essenziale del moderno Ordine Sodale “I Leoni di Messapia”, libera istituzione sociale che si ispira al grande spirito di coesione etnico-culturale che caratterizzò la civiltà messapica per oltre tre secoli.

L’attuale adelphìa (fratellanza) de “I Leoni di Messapia” si traduce in quel legame spirituale che mette insieme diverse personalità dedite al raggiungimento di un fine comune: una migliore valorizzazione e promozione dei beni culturali, monumentali, artistici ed archeologici di un antico territorio, denominato Sallentìa. Come scrive il Dott. Eliano Bellanova, editore
dell’Araba Fenice – Magna Grecia, sulla rivista culturale
“Messaggio Salentino” (n.2), la philìa dell’epopea di Fernando Sammarco, “I Leoni di Messapia”ed in particolare modo “I Leoni di Messapia II – Il Cerchio di Fuoco”, è un percorso filosofico-teoretico che conduce alla sublimazione del concetto di fratellanza salentina, termine non abusato se si tiene conto delle prime fratrie
che caratterizzarono il territorio messapico.

Il Bellanova conclude asserendo che “la philìa del Cerchio di Fuoco
è simbolo di coraggio ed estrema bontà ed, inoltre, un intimo afflato che si esplicita in volontà, in diritto e dovere di essere, musica sublime dell’animo, pluricorde battito di ali per far conoscere ai lettori moderni l’insita e gloriosa realtà del mondo messapico”.

E proprio come le fratrie dell’antica Sallentìa, i membri
dell’odierno Sodalizio I Leoni di Messapia guardano al loro passato con orgoglio e rivolgono lo sguardo al presente con rinnovata passione e con la speranza di coloro che auspicano la rinascita
di una nuova Grande Messapia.

Estratto dal Discorso sulla Philia di Fernando Sammarco

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