Ven. Lug 3rd, 2020

A P S E C

Associazione per la Promozione della Scienza dell'Educazione e della Cultura O.d.V.

A cura di Maurizio Nocera

Di Enzo Sozzo (Lecce, 1917-1993), della sua arte e, soprattutto della sua grande umanità, quanti sono oggi i leccesi che lo ricordano? Apparentemente sembra che la città, a cui egli ha dato molto, sia con la pittura, sia con la sua azione sociale e politica (si pensi che è stato partigiano nel Nord Italia dal 1943 al 25 Aprile 1945 e conseguentemente fondatore e per 40 anni presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani di Lecce – ANPI), dicevo sembra che non siano in molti a voler volgere lo sguardo indietro nel tempo e soffermarsi su questo grande Leccese dall’immensa nobiltà d’animo.

Occorrerà forse far passare dell’altro tempo per accorgersi della sua grande opera, ma sono convinto che, quando le nuove generazioni di questa città saranno mature per aprire il loro libro sulla storia di Lecce, cominceranno a capire chi era Enzo Sozzo. Passeranno gli anni, i decenni e forse anche il tempo successivo a essi, affinché il suo nome, la sua opera d’arte e quella politico-sociale emergeano limpidamente da quel magma stagnante che è stata la pseudo vita culturale di questi ultimi 30 anni. La Storia, che è maestra di vita, sempre, alla fine di ogni processo, troverà il modo per mettere al proprio giusto posto tutte le cose.

Per un attimo, si pensi a un evento che può ancora accadere, e questo nonostante l’incredibile tempo che stiamo vivendo in questi primi mesi del 2020; tempo di coronavirus e di nuova peste umana, fulmini distruttivi che hanno bloccato la vita quotidiana sul pianeta Terra.

Opera di Enzo Sozzo: La Carrozzella (Foto dell’Ing. Gianni Carluccio)

Dicevo, poniamo ad esempio che un turista che, dopo questi tempi di Covid-19, decida di venire a Lecce per vedere la capitale del Barocco italiano. Egli può ammirare le facciate delle chiese, le corti, le balconate infiorettate di rossi gerani, le inferriate attorcigliate, i portoni sei-settecenteschi sormontati dagli antichi mascheroni o dagli stemmi consumati di nobili casate, e ancora le sbiadite edicole dei santi e i fiori incastrati nel dolce carparo, o i resti delle antichità messapiche, greche, romane e medievali, o le severe sculture bronzee dei nostri patrioti risorgimentali. Tale turista, attento e intelligente, sa bene che si tratta d’immagini straordinarie, per questo le fissa sulla sua pellicola come ricordo incancellabile. Ma quelle immagini che egli riprende sono immagini del tempo post Covid-19.

Egli non può sapere oltre ciò che vede e fotografa, cioè non può sapere quello che c’era prima d’ora, come, ad esempio, la Lecce di un tempo, quella animata dalla gente dai lunghi pastrani e quella dai fanali a olio lampante o a petrolio, che rischiaravano di fioca luce gli angoli delle strade, quella Lecce attraversata giorno e notte da carrozze e carrozzelle trainate da cavalli anch’essi miti e grandi lavoratori. Cavalli docili e mansueti che mai si imbizzarrivano ai loro cocchieri.

Quest’ultima scena non potranno ammirarla, non lo è più neanche per gli stessi leccesi di oggi, perché la città sopra descritta non esiste più. Quella era una città di un tempo ormai definitivamente perduto. Ecco. Se questi nuovi turisti volessero “vedere” com’era la Lecce di 50-60 anni fa hanno una sola possibilità: quella di vederla attraverso le immagini. Perciò se, nel loro girovagare attraverso le vie e viuzze del magnifico centro storico della Lecce barocca, capiterà loro si affacciarsi in qualche ingresso aperto di qualche casa o negozio o bar, e darà uno sguardo sulle pareti del locale, quasi sempre quello sguardo cadrà su un dipinto di una Lecce che non esiste più. Si tratta dei dipinti di Enzo Sozzo, il pittore dal cuore buono.

Su quelle tele vedrà impresse dai pennelli del pittore delle carrozzelle, come spesso veniva definito, le sontuose facciate delle chiese (Santa Croce, Palazzo dei Celestini, Palazzo Adorno, Piazza Duomo con il suo svettante Campanile dello Zimbalo, altre immagini ancora); e vedrà mille palazzi, centinaia di corti, un’infinità di balconate con dei vasi con rossi gerani, cancelli e ferri battuti, portoni dalle più strambe forme, antichi mascheroni ancora oggi funzionanti, e ancora le mura urbiche di una città fortificata e altri resti delle antichità messapiche, greche, romane e medievali. E soprattutto, tante e tante carrozzelle in ogni angolo della città.

Opera del Pittore Enzo Sozzo (Fotografata dall’Ing. Gianni Carluccio)

Enzo Sozzo è stato un grande pittore e la Storia lo confermerà. Questo non sono io a dirlo. Ci sono giudizi sulla sua persona e sulla sua arte ben più qualificanti del mio. A iniziare da quello del suo amico e compagno Arrigo Boldrini (Ravenna, 6 settembre 1915 – 22 gennaio 2008, partigiano Medaglia d’Oro della Resistenza, conosciuto col nome di battaglia “Bülow”, fondatore e presidente dell’ANPI nazionale), che ha scritto:

«Dell’arte, dei riconoscimenti a Enzo Sozzo, uno degli artisti più rappresentativi della “generazione di mezzo”, rappresentante a pieno titolo della leccesità con le sue carrozze, le cattedrali barocche, le marine e cento e cento disegni, che hanno assunto una specifica universalità artistica, mi si permetta di aggiungere civile e morale, ogni commento può sembrare di maniera o dettato da un senso profondo dell’amicizia scritta con l’A maiuscola./ Ma come non considerare che la linea politica, nel senso più alto dell’indirizzo e della ricerca artistica, nasce da una sua storia sofferta e vissuta con quella sua terra, con il folclore che ha radici lontane e rappresenta la sintesi di esperienze di generazioni diverse./ Un pittore poeta, appunto, che riporta alla luce quel sottofondo paesano e sommerso che rappresenta le radici di una civiltà contadina, che non sempre trova spazio nei grandi trattati di storia, ma alle volte con qualche fugace cenno più aneddotico che marginale con tratti spiccati e vivaci».

E dal suo canto, il grande vate dei letterati salentini Mario Marti (Cutrofiano, 19 maggio 1914 – Lecce, 4 febbraio 2015), amico di Sozzo, ha scritto:

«Come pittore, non credo di avere preparazione tecnica e competenza tali da poter adeguatamente formulare un giudizio rispettabile. Posso dire che mi piace certa solitudine assorta che egli riesce a comunicare nei momenti migliori; certi spazi costruiti e silenziosi; il legame sensibile che unisce l’occhio alla “cosa”, appena tremolante d’emozione cordiale; l’autentica aria “salentina” e, certe volte, addirittura “leccese”, che circola fedelmente negli esterni./ Come uomo e come pittore, Enzo Sozzo è un personaggio; e la sua “presenza” si prolungherà certamente per molti anni nella vita e nella cultura di Lecce e del Salento».

Altro conoscitore dell’arte di Enzo Sozzo era Donato Valli (Tricase, 24 febbraio 1931 – Tricase, 18 ottobre 2017), letterato, critico letterario e per anni rettore dell’Università di Lecce, che ha scritto:

«Dov’è il realismo di Enzo Sozzo? Esso è sommerso, placato dall’onda d’un sentimento che si fa poesia, ne rimangono sulla tela i relitti, come succede di un grande naufragio di cui si è salvata la memoria incandescente e magmatica al pari di un sole intramontabile./ Anche le case sono intorno tutte mute, senza vita apparente, trattenute in una forza implosiva alla quale la colata di colore delle pareti abbozzate oppone un argine spietato. Di quella vita inespressiva affiorano da balconi barocchi, raggrumati in colore materico, testimonianze di petali accesi, forse gerani spuntati da una perenne primavera. Quell’improvvisa fiammata increspa con la sua inattesa presenza la limpidezza serena della superficie. Lì il barocco trova la sua correlazione in un sussulto d’anima, una passione sottintesa, che non è paura ma gioia di vita».

Anche Ennio Bonea (Taranto, 6 ottobre 1924 – 11 dicembre 2006), storico della letteratura, ha conosciuto il pittore Sozzo, tanto da scrivere:

«Con un Luca Giordano in sedicesimo, il famoso Luca fa presto, Enzo Sozzo ha prodotto centinaia di quadri che hanno sparso in tutto il mondo (non esagero usando questa espressione, i suoi quadri sono in Europa, in America, in Australia, perché hanno la seduzione della piacevolezza, sono di facile lettura) la sua pittura e, con essa, le immagini di una Lecce barocca che Sozzo interpreta con sensibilità anch’essa barocca, tipica del salentino, sia esso pittore o poeta, che avverte e riproduce il “bello”, in senso artistico, col fine marinista del “piacere”. Esso rende gradevoli, e fissa nella “memoria”, anche quelle brutte, nere, sgangherate carrozze di piazza con i loro macilenti cavalli, che negli occhi dei salentini e dei “forestieri”, incidono un indimenticabile stigma di Lecce».

Da parte sua, Giacinto Urso (Nociglia, 12 giugno 1925), deputato per cinque legislature alla Camera dei Deputati e presidente emerito della Provincia di Lecce, conoscitore attento della pittura di Enzo Sozzo, ha scritto:

«Il pennello di Enzo Sozzo ricerca, con pazienza e ostinazione, le cose perdute della città o meglio le cose che vorrebbe vedere ancora vive, pulsanti e presenti./ Ma non è un passatista, quasi immobile, perché le sue carrozzelle dissimili e sempre le stesse, le trasporta, di volta in volta lungo le vie, viuzze, le mura, le chiese di Lecce scorrendo così un presente, che invoca valorizzazione e restauro./ Insomma Enzo Sozzo mentre cammina sulle vie antiche apre, con la sua arte, tutti i vicoli del nuovo che si riallaccia all’antico».

E don Franco Lupo, oggi 94enne, un prete incuneato profondamente nei meandri della storia della città, che ha scritto:

«Soffermarsi innanzi alle marine di Enzo Sozzo significa entrare in un mondo realissimo com’è quello del pittore leccese./ Enzo ama la chiarezza, la luminosità, l’ampiezza di un cielo infinito ed il suo pennello diventa come la penna di un musicista che sulle righe del pentagramma traccia le note di melodie che si perdono nel mistero./ La lucentezza dei colori esprime l’apertura genesiaca dell’animo dell’artista che sa cantare il creato con la stessa forza del grande poeta Francesco d’Assisi.// ».

E Toti Carpentieri (vivente), grande critico d’arte di livello nazionale ed europeo, che ha scritto:

«Enzo Sozzo è un pittore profondamente tradizionale, intendendo questo aggettivo in un doppio riferimento, e cioè sia ispirativo che tecnologico; la sua infatti è una pittura che si vede due volte, una come partecipazione estetica ad un mondo che è comune a tutti, l’altra come emotiva intrinseca che ha reso necessaria ed ovvia la nascita del quadro. Le sue opere sono pezzi di Puglia, episodi di una vita che incontriamo ogni giorno, inviti a una considerazione più profonda di uno stato attuale, e questi ulivi contorti di Puglia, questa case dal bianco abbagliante, questi ricami preziosi degli artigiani nella morbida pietra, questo mare così profondamente azzurro, sono resi con una sapiente partecipazione interiore e con una profonda sensibilità, il tutto nella volontà determinata di instaurare una reale comunicatività lirica non solo tra l’uomo e la sua terra, ma tra l’uomo e l’uomo».

E ancora Enzo Panareo (Castelfranco Emilia 1926 – Lecce, 1987), scrittore e critico d’arte, che ha scritto:

«La pittura di Enzo Sozzo ha sconfitto il tempo: questa entità astratta apparentemente, ma pur tanto perentoriamente presente e concreta nella vita quotidiana […] è diventata sulla tela di Enzo Sozzo una chiave per penetrare nel mistero delle cose. Il barocco leccese vive oggi sulla tela così come quattro secoli or sono scaturiva sotto forma di intuizione architettonica e di gusto di un particolare fantastico dalle esigenze estetiche dei maestri costruttori compiaciuti, ad opera finita, di quello svariare di angeli e di demoni che giuocavano a rimpiattino con il sole avendo per sfondo il cielo più terso del mondo».

Ecco, questo è solo un piccolo elenco di quanti hanno giudicato l’arte di Enzo Sozzo, perché esso è assai più lungo. E ancora più lungo è l’elenco di coloro che in questa città hanno avuto infiniti attenzioni di gentilezza e bontà dall’animo generoso di questo grande Leccese che è stato Enzo Sozzo.

Maurizio Nocera

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